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Il ritorno di George Walker Bush

George W. Bush torna al centro della scena. Poco fa, nel corso di un evento organizzato a New York dalla sua fondazione, ha tenuto un duro discorso. Un discorso che, pur non citandolo mai direttamente, è apparso a tutti un severo monito nei confronti di Donald Trump: reo, secondo l’ex presidente, di aver svilito i valori tradizionali americani, in nome di un approccio politico populista e raffazzonato.
“Abbiamo visto il nazionalismo distorto nel nativismo, dimenticato il dinamismo che l’immigrazione ha sempre portato in America”, ha detto Bush. “Vediamo una fiducia che svanisce nel valore dei mercati liberi e del commercio internazionale, dimenticando che il conflitto, l’instabilità e la povertà seguono sulla scia del protezionismo. Abbiamo visto il ritorno dei sentimenti isolazionisti, dimenticando che la sicurezza americana è direttamente minacciata dal caos e dalla disperazione di luoghi lontani”. Bush ha quindi aggiunto: “La violenza e il suprematismo bianco in qualsiasi forma costituiscono una blasfemia per il credo americano”. L’ex presidente ha così difeso il libero mercato, le minoranze etniche, non risparmiando qualche frecciata alla Russia, accusata di aver interferito nel processo elettorale statunitense dello scorso anno. Un tema, quest’ultimo, messo sul tavolo anche dagli altri partecipanti presenti alla conferenza: in particolare gli ex segretari di Stato, Condoleezza Rice e Madeleine Albright, hanno attaccato direttamente il Cremlino, affermando che sia stata usata una tecnologia particolarmente sofisticata per destabilizzare le istituzioni statunitensi.
Insomma, non esattamente una platea favorevole a Trump, che da mesi è accusato di aver vinto le elezioni grazie all’aiuto cibernetico di Vladimir Putin in persona. Un’ostilità generale, evidenziata dalla presenza di Nikki Haley: attuale ambasciatrice americana all’ONU, da sempre vicina a istanze neoconservatrici, che sta cercando di spostare da tempo l’amministrazione Trump su posizioni maggiormente aggressive (soprattutto sulle questioni della Russia, dell’Iran e della Corea del Nord). L’aria generale si è quindi mossa su una linea ideologica tendenzialmente vicina a quella delle amministrazioni Clinton e Bush. Un tendenziale neoconservatorismo, sposato da un establishment bipartisan che ha costantemente visto Trump come il fumo negli occhi. E che, nonostante alcune virate politiche attuate ultimamente dal presidente, continua comunque a fargli la guerra, considerandolo una sorta di eretico usurpatore. La spaccatura tra il magnate e le alte sfere del Partito Repubblicano non accenna quindi a ricomporsi. Il tutto, secondo i crismi di una retorica che, se da una parte ha le sue ragioni, dall’altra tradisce però anche un senso di fastidiosa ipocrisia.
Innanzitutto, c’è da rilevare un dato. Sono almeno trent’anni che il Partito Repubblicano flirta con quell’elettorato becero che rappresenta una parte importante dei sostenitori di Trump. Lo stesso Bush, quando si candidò nel 2000, dovette fare appello alle aree più conservatrici del popolo americano, per cercare di compattare il partito nella difficilissima marcia verso la Casa Bianca. In secondo luogo, c’è anche un problema di natura ideologica. Da due anni a questa parte, l’establishment repubblicano non fa che accusare il magnate di aver tradito l’eredità politica di Ronald Reagan, soprattutto a causa del suo protezionismo. Un’accusa che, come abbiamo visto, l’ex presidente sembra fare propria. Eppure attenzione: perché, se guardiamo con calma, la politica economica di Bush non è stata esattamente improntata al liberismo reaganiano: a fianco dei tagli alle tasse, l’allora presidente portò avanti una serie di misure sociali (soprattutto in tema di istruzione) che gli valsero varie critiche dai liberisti ortodossi dell’elefantino. Lo stesso Bush, d’altronde, parlava di “conservatorismo compassionevole”, ripetendo assai spesso che il libero mercato non dovesse essere un alibi per lasciare indietro gli ultimi. E del resto, nell’intervento di oggi, ha effettivamente riconosciuto che, alla base della vittoria di Trump, vi sia la rabbia e la frustrazione di molte persone, impoverite dalla crisi economica.
Tutto questo per dire che la realtà è più complessa di come sembra. Per quanto, tra Bush e Trump vi siano comunque differenze fondamentali. Nonostante i critici spesso li accomunino, tacciandoli di essere due bifolchi digiuni di politica, le diversità sono significative. Soprattutto in materia di leadership. Bush era essenzialmente un democristiano: uno straordinario mediatore che, per otto anni, è riuscito – tra complicati equilibrismi – a tenere insieme un partito storicamente diviso da faide intestine e correnti in guerra. Addirittura, nel 2000, vinse adottando il principio montanelliano del “turatevi il naso e votate repubblicano”, riuscendo a conquistare la Casa Bianca sul filo del rasoio e tra mille polemiche. E d’altronde, come già ricordava Sallustio di Lucio Silla, quest’arte diplomatica è tipica delle grandi famiglie aristocratiche: di una dinastia potentissima come quella dei Bush che aveva già dato un presidente agli Stati Uniti, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.
Trump, di contro, nonostante abbia ripetuto ad nauseam di essere un negoziatore, non ha la benché minima idea di che cosa sia la diplomazia politica. Lo vediamo all’interno dell’amministrazione, nei rapporti con il Congresso, in seno allo stesso staff presidenziale. Il problema non è che qualche ministro o qualche consigliere sia saltato in questi mesi (succede in tutti i governi). Il problema, semmai, è che il neo presidente stia procedendo a tentoni su un imprecisato numero di questioni: dalla sanità agli esteri. E quello che manca è una linea, quantomeno parzialmente coerente, che possa giustificare e rendere possibile una concreta azione di governo. Contrariamente a Bush, Trump è indubbiamente più carismatico. Ma, se questo carisma si è rivelato oggettivamente straordinario in campagna elettorale, oggi fatica a tradursi in chiari (e duraturi) atti amministrativi.
Perché, in definitiva, questo battibecco tra Trump e Bush mette in risalto quello che è il grandissimo problema della politica americana. La scollatura totale tra un establishment astratto e una concretezza becera. Una scollatura che Bush, da presidente, era riuscito ad evitare. Ma che adesso non riesce più a verificarsi, perché i rapporti politico-istituzionali si sono fatti talmente sclerotizzati da essere incapaci di arrivare a una sintesi. La colpa di Trump è quindi quella di non essere abbastanza democristiano nelle dinamiche parlamentari e di non essere abbastanza gramsciano, da non capire che, per attuare una vera rivoluzione politica, sarebbe necessario far presa anche sulle classi intellettuali (come, invece, sapeva bene Reagan). Bush e Trump incarnano quindi oggi l’essenza della crisi americana. Due poli opposti che, in realtà, potrebbero trovare buoni motivi per cercare di avvicinarsi. Eppure gli ostacoli sono molti. E a farne le spese sono proprio quelle istituzioni che tutti dicono di voler far tornare ad essere grandi. Ma che invece languono. Nell’incubo di una nazione spaesata che fatica a ritrovare sé stessa.

Stefano Graziosi

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Una risposta
  1. Complimenti e grazie per l’analisi approfondita che ci ha chiarito qualcosa in più dell’intricata attuale vicenda politica americana!

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