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Riscoprire Sallustio in una società perduta

Installarsi nel passato per cercare di comprenderlo, tuttavia senza voler annullare la distanza temporale. Può essere questo uno dei numerosi e complessi compiti dello storico il quale, tuttavia, deve sempre ricordare a sé e a tutti coloro che ne leggono gli scritti che studiando il passato è possibile comprendere quanto gli eventi siano unici e irripetibili, pur riscontrando alcune analogie. In breve, come affermava March Bloch[1], non possono mai ripresentarsi due eventi uguali dal momento che le condizioni non sono mai le stesse: la storia, insomma, non si ripete. Certo, potranno esservi alcuni elementi “durevoli”, tuttavia solo per evidenziarne subito la varietà delle loro combinazioni e, quindi, non per insegnare che il passato si ripresenta!

Oltre a ciò, plausibilmente, dallo studio del passato se ne può trarre arricchimento, nonché una miglior capacità di comprensione del presente: la storia, del resto, educa alla complessità – che non è banale dietrologia, lettura semplice e scontata – affinando così la capacità di “leggere” il presente, senza mai giudicare. In questo senso, lo storico non sarà una figura che vive nella biblioteca, sommerso di fonti che lo estraniano dalla realtà circostante, ma sarà immerso, con attenzione e consapevolezza, nel suo tempo.

Sicché, in questo momento, costantemente esenti dal giudizio e desiderosi di cogliere nella complessità del passato qualche aiuto nel leggere e vivere il presente, quale potrà essere l’accrescimento nell’andare a rileggere, sempre con grande attenzione e metodo critico, uno dei lavori più celebri dello storico romano Sallustio, il Bellum Iugurthinum?

In questo saggio storico scritto intorno al 40 a. C., si intrecciano due temi di fondo: la narrazione di un fatto di elevata importanza e complessità nella storia di Roma – la guerra mossa contro Giugurta – che conferisce il nome all’opera, e l’analisi del decadimento della vita politica romana.

La vicenda storica è nota: il regno della Numidia, nell’Africa settentrionale, si era formato in seguito alla vittoria romana nella seconda guerra punica; sul trono della nuova monarchia, Scipione l’Africano aveva installato Massinissa, fedele alleato di Roma. Alla morte di quest’ultimo il regno venne ereditato dal figlio Micipsa, padre di Aderbale e Iempsale, nonché zio di Giugurta (figlio illegittimo del fratello Mastanabale). 

Quando la Numidia venne ereditata dai due figli di Micipsa, il loro potere venne progressivamente insidiato da Giugurta: costui, infatti, fece prima assassinare Iempsale, quindi costrinse Aderbale a rifugiarsi a Roma. Il fiacco intervento romano condusse a una soluzione apparentemente positiva che comportava la divisione del regno di Numidia tra Giugurta e Aderbale. Quest’ultimo, nondimeno, di fronte alle continue provocazioni del fratellastro, decise di muovergli guerra, venendo però sconfitto e, quindi, costretto a rifugiarsi nella città di Cirta. Incurante delle ambascerie di Roma, che invitavano a una soluzione tra i due fratellastri, Giugurta portò a compimento l’assedio di Cirta, facendo uccidere Aderbale.

La reazione di Roma fu formalmente decisa, ma del tutto inefficace: il console Lucio Calpurnio Bestia – dall’animo malato di cupidigia, «animus aeger avaritia facile convorsus est»[2] –, inviato con un esercito reclutato per l’occasione, si fece corrompere dall’oro della Numidia. Siffatta situazione indusse il tribuno della plebe, Caio Memmio a chiedere a ottenere dal senato la convocazione di Giugurta a Roma, affinché quest’ultimo potesse motivare le proprie azioni, ma ancora una volta il Numida, giunto in città, si accattivò, con il denaro, alcuni influenti uomini politici, facendo financo uccidere Massiva, nipote di Massinissa, al quale si pensava di affidare il regno della Numidia.

Il livello di sdegno era ormai tale che vennero inviate in Africa nuove truppe, ma l’esito fu un ulteriore trattato di pace che il senato non volle ratificare. Un cambiamento si avvertì quando il console Quinto Cecilio Metello, dopo aver ricostruito un esercito e dopo averlo istruito secondo la disciplina antica, si oppose sul campo a Giugurta, riportando una serie di vittorie. Nonostante ciò, la guerra si concluse solo quando il luogotenente di Metello, il plebeo Gaio Mario – homo novus e vicino alle posizioni dei populares – riuscì a ottenere la nomina a console e il comando della guerra. In circa tre anni (107-105), costui riuscì a conquistare numerose piazzeforti del regno della Numidia, mentre nel 104, Lucio Cornelio Silla – questore di Mario – riuscì a farsi consegnare Giugurta.

Come scritto all’inizio di questo breve articolo, all’interno del racconto sulla guerra di Numidia, si inserisce l’analisi che Sallustio compie sulla condizione della politica romana, caratterizzata da una profonda decadenza. Una crisi che coinvolge la res publica e la sua divisione interna tra optimates – in quel frangente rappresentanti del senato – e populares. Ma si veda nel dettaglio quanto afferma Sallustio:

Infatti prima della distruzione di Cartagine il popolo e il senato romano gestivano la repubblica in armonia e con misura, e tra i cittadini non c’era rivalità per la fama o il potere: la paura dei nemici costringeva la città a comportarsi bene. Ma quando quella paura uscì dagli animi, vi entrarono, come era naturale, i mali legati alla prosperità, e cioè la dissolutezza e l’arroganza. […] Iniziò la degenerazione: la nobiltà trasformò in sfrenatezza la sua autorità, il popolo la libertà, ciascuno pensava a sé, arraffava, rapinava.  Così si creò una spaccatura tra i due partiti; la repubblica, che si trovava nel mezzo, ne fu straziata. Ma la nobiltà era più potente per spirito di corpo, mentre la forza della plebe, divisa e dispersa in gran numero, aveva un potere minore[3].

Dalle parole dello storico si comprende che la condizione per cui a Roma regnava una sorta di equilibrio era la paura nei confronti di un nemico come Cartagine. E però, ancorché velatamente, Sallustio parrebbe ritenere questo timore solamente un palliativo, un vincolo superficiale e momentaneo, dal momento che quando la paura scomparve dagli animi, sopraggiunse, naturalmente («scilicet ea»), la decadenza.

Quest’ultima è però una condizione che coinvolgeva, come si legge, entrambe le fazioni; tuttavia, giacché era l’aristocrazia romana a ricoprire, in quel momento, il ruolo di classe dirigente, la condanna di Sallustio è indirizzata principalmente a questa. Qui però occorre riflettere, ancorché brevemente, su un ulteriore aspetto: primo, questo passo esprime una teoria ben radicata in Sallustio, secondo cui dopo la caduta di Cartagine si aprì il cammino alla guerra civile; secondo, la presa di posizione dell’autore verso la nobiltà e la sua «tracotanza» rivela anche – e soprattutto – il carattere politico dello Storico, uomo di parte che inveisce contro quegli avversari che contribuirono, seppur indirettamente, al suo allontanamento dalla politica.

Sallustio, infatti, aveva conseguito la carica della questura tra il 55 e il 54 a.C., quindi quella del tribunato della plebe nel 52. Sostenitore e amico di Cesare (nipote ed erede politico di Gaio Mario), nonché avversario di Cicerone, nel 50 a.C. egli venne espulso dal senato probri causa – accusa generica di condotta immorale, con plausibile riferimento all’adulterio con Fausta, figlia di Silla e moglie di Milone[4] –. Comunque, Sallustio continuò a essere uno dei maggiori partigiani di Cesare: fu al suo fianco in Gallia e durante la Guerra civile; ciò gli valse ancora l’incarico di questore e soprattutto la riammissione in senato nel 49, mentre nel 47 ottenne la pretura. L’anno successivo, in seguito alla fortunata impresa contro il presidio pompeiano dell’isola di Cercina, in Africa, e in particolar modo dopo la vittoria a Tapso, ottenne da Cesare il governo dell’Africa nova (provincia originatasi dalla Numidia), con il titolo di proconsole. Durante questo incarico, Sallustio accumulò un’ingente ricchezza, tant’è che quando rientrò a Roma, oltre a costruire un sontuoso palazzo con giardini meravigliosi (gli horti sallustiani)[5], venne accusato di concussione. Dopo la tragica e improvvisa morte di Cesare maturò in lui un forte disprezzo per la vita pubblica e per i mali che tormentavano Roma, ritirandosi, come dice egli stesso, a vita privata, scrivendo e studiando.

Ma ritornando all’opera, nonostante riconosca qualità militari in alcuni personaggi appartenenti all’aristocrazia – Metello, per esempio, è definito «magnum et sapientem virum fuisse»[6] – sul piano politico, Sallustio definisce gli stessi come «gente scellerata, dalle mani insanguinate, di avidità mostruosa, fior di delinquenti e per di più campioni di superbia, gente per cui lealtà, onore, religione, ina parola tutto, onesto o disonesto, serve a fa soldi»[7].

In breve, la responsabilità della grave condizione in cui Roma si trovava ricadeva principalmente sull’aristocrazia, benché anche il popolo non fosse esente da colpe. D’altra parte, ciò è ribadito sin dall’inizio dell’opera, quando i nobili romani più inclini alla ricchezza che all’onore, una volta distrutta Numanzia, raccontavano al giovane Giugurta che tutto in quella città era in vendita: «Romae omnia venalia esse»[8].

L’analisi e la narrazione di questa triste condizione emerge con forza dalle parole dei protagonisti, come il discorso al senato del tribuno della plebe Memmio dopo che a Roma giunse la notizia che Calpurnio Bestia si era fatto corrompere da Giugurta, ma anche nella splendida contrapposizione tra l’accorato – ma inefficace – discorso di Aderbale ai senatori della Repubblica e il silenzio operativo di Giugurta, che contava più sui donativi elargiti che su altro.

Il fenomeno della corruzione romana che emerge da questa descrizione è il sintomo di un contagio ben più ampio che ormai aveva invaso tutto il corpo sociale. Sallustio è, in questo senso, un autore alquanto esplicito che persevera sul fatto che la decadenza romana fosse iniziata quando l’avidità aveva prevalso e i costumi della Repubblica sana erano stati corrotti dalla sete di denaro coniugata con l’ambizione.

Attenzione però a non lascarsi troppo coinvolgere da quanto scrive l’autore, un ex politico che – come detto – doveva giustificare le proprie scelte di vita. A tal proposito, di grande interesse sono le considerazioni di Luciano Canfora, secondo il quale la «storia della corruzione elettorale a Roma è una lunga storia. Un grande moralista come Sallustio ha posto al centro della sua attività storiografica (almeno quella a noi nota) proprio il problema della corruzione politica come elemento sostanziale della prassi politica romana. Si può anzi dire che il quadro della politica romana che egli traccia è, da questo punto di vista, senza uscita. […] La scena, da Sallustio descritta, di Giugurta che si allontana da Roma salutandola sarcasticamente come il luogo dove tutto è venale, come la città che venderebbe anche se stessa se trovasse un compratore assume – nelle intenzioni dello storico – un valore emblematico, che va oltre la circostanza concreta del conflitto tra la repubblica e un re cliente particolarmente abile e spregiudicato»[9].

La frase, pronunciata da Giugurta, che definisce Roma «urbem venalem et mature perituram, si emptorem invenerit»[10] può rappresentare l’apice della descrizione che l’autore compie sulla condizione di corruzione che impera nella Repubblica. Ma questo tema – la corruzione – si inserisce in un obiettivo politico ben preciso, giacché serve a Sallustio per contrapporre una classe politica in netta decadenza all’homo novus Mario, espressione dei ceti “moralmente” più sani, che hanno trovato voce nella politica del partito popolare, oltre che una guida carismatica. In Mario, Sallustio intravede una possibile soluzione alla crisi istituzionale romana e, per quanto non si esima dal condannare anche i vizi popolari, egli auspica l’avvento di una nuova classe politica, che abbia nella virtus individuale, prima ancora che nell’appartenenza all’antica nobiltà, il basamento per ritornare al buon tempo passato (boni mores) in opposizione a vitia (allo scandalo del presente) della classe aristocratica contemporanea.

E però – lo si vuole ribadire – è necessario prestare attenzione al momento in cui Sallustio scriveva: come sosteneva Benedetto Croce, infatti, ogni storia è storia contemporanea, giacché per quanto certi fatti possano essere cronologicamente remoti, essi si riferiscono pur sempre al bisogno e alla condizione presente. Sallustio scrive, infatti, il Bellum Iugurthinum subito dopo la tragica morte di Cesare per opera dei congiurati, in un momento in cui la figura alla quale si riferiva era scomparsa e, conseguentemente, cessava anche il suo impegno politico – non si sa se sia stata una libera scelta, come comunque afferma lo stesso autore, o una necessità –.

Fatta tale doverosa e ulteriore precisazione, è opportuno ritornare su quanto si diceva poc’anzi. Per quanto si manifesti sempre in forme differenti, la corruzione può essere considerata uno di quegli elementi “durevoli” di cui si parlava nell’incipit di questo contributo. Ma allora, è forse sulle modalità con cui qualcosa di manifesta che occorrerebbe soffermarsi, evitando pertanto quel banale appiattimento della pronta risposta che rende la vita (senza ricerca) indegna di essere vissuta, come ricordava Socrate? Da queste riflessioni emerge quindi la complessità e l’eterogeneità di un elemento a lungo considerato come un unico grande e continuo corpo. Inevitabile, in questo senso, è la distanza che si può ormai registrare tra il lavoro degli storici e il senso comune.

Ritornando, allora, alla domanda con cui questo articolo si è aperto (quale può essere l’accrescimento nel rileggere, in questi tempi, il Bellum Iugurthinum), ecco che la risposta potrebbe essere quella di voler educare l’individuo alla complessità degli avvenimenti ai quali assiste, affinché possa essere consapevole dello spazio in cui egli si muove verso il futuro, forte di un’accurata strumentazione per analizzare quanto lo circonda. D’altronde, se manca questa consapevolezza, questa tensione, l’uomo è ridotto a spettatore della sua stessa vita e, soprattutto, è privo di un disegno di progresso che gli consentirebbe di allargare il proprio orizzonte intellettuale.

Se quindi l’uomo non vuole abdicare a se stesso, è necessario andare oltre la superficie della realtà in cui vive, direttamente o indirettamente: a una disciplina come quella storica deve essere assicurato un ruolo fondamentale in tutti i percorsi che vanno a formare l’individuo, giacché essa come si sa, non è magistrae vitae perché insegni contenuti, ma perché insegna metodi di studio e di lettura, insomma obbliga all’apprendimento di metodi critici. Certamente i tempi odierni non sembrano più tollerare la complessità: purtroppo non si è così ingenui da considerare la scienza storica superiore alla forza e al potere della comunicazione; del resto, è sufficiente ascoltare alcuni studenti universitari (non solo questi!) per capire come le conoscenze critiche vengano perennemente mortificate.

La speranza, tuttavia, è che l’esplorazione di un grande tema come quello della corruzione generi una spirale necessaria che finisca a sua volta per illuminare «strade occulte e tortuosi anfratti», suscitando così nuovi interrogativi.

Ma per ottenere, anche solo in parte, quanto sopra scritto, occorre che il metodo storico (critico) abbia un ruolo fondamentale nei vari tragitti civici giacché esso sostiene, oltre che nell’individuazione e creazione di un’identità nazionale, anche nell’affrontare grandi temi presenti, con l’ulteriore prospettiva che esso possa creare – unitamente ad altre discipline – una breccia nelle menti di molti, affinché i fanti bersaglieri dello spirito di riflessione possano conquistare la vittoria sull’arretratezza di un pensiero statico e di limitata portata, ahinoi tuttora imperante.

Lorenzo Bellei Mussini

 

[1] M. Bloch, La grande disfatta. Testimonianza del 1940, Torino 1995, p. 109.

[2] Sallustio, La guerra giugurtina, a cura di L. Zoccoli Clerici, Milano 1994, XXIX.1, p. 42.

[3] Sallustio, Op. cit., XLI.2, p. 63.

[4] E. Cetrangolo, Breve storia della letteratura latina, Pordenone 1991, p. 88.

[5] L. Canfora, Studi di storia della storiografia romana, Bari 1993, p. 68.

[6] Sallustio, Op. cit, XLV.1, p. 66.

[7] «[…] homines scelleratissumi, cruentis manibus, immani avaritia, nocentissumi et idem superbissumi, quibus fides, decus, pietas, postremo honesta atque inhonesta omnia quaestui sunt» Ibidem, XXXI.12, pp. 46-47.

[8] Ibidem, VIII.1, p. 10.

[9] L. Canfora, Giulio Cesare: il dittatore democratico, Roma-Bari 2006, p. 46.

[10] Sallustio, Op. cit., XXXV.10, p. 54.

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