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Questioni di stalinismo: l’eccidio nazista di Babij Jar “dimenticato” dalla propaganda bolscevica
L’invasione della Russia da parte delle truppe di Hitler, denominata in codice “operazione Barbarossa”, ebbe inizio il 22 giugno 1941 con un esercito di quasi quattro milioni di soldati tedeschi, ungheresi e slovacchi, 3600 carri armati, 2700 aerei, 600.000 autocarri e 700.000 cannoni che oltrepassarono il confine sovietico da nord a sud, dalla Finlandia al Mar Nero. Fu, a quell’epoca, la più grande forza d’attacco mai assemblata nella storia, suddivisa su tre direttive, nord, centro e sud dell’URSS. Al generale Heinz Guderian, reduce dai successi in Francia dove i suoi panzer avevano ridicolizzato il sistema difensivo costituito dalla Linea Maginot aggirandola, fu assegnato il settore centrale del fronte con il compito di puntare con i suoi mezzi corazzati, il panzergruppe 2, sulla capitale sovietica seguendo la direttrice Minsk-Smolensk-Mosca. Smolensk fu conquistata il 14 luglio 1941 e l’avanzata proseguì con perdite sempre maggiori in quanto le truppe russe si andavano progressivamente riorganizzando dopo il collasso iniziale. Arrivato a circa 300 km dalla capitale, in agosto, Guderian dovette, per ordine perentorio di Hitler e malgrado le sue accorate proteste, cambiare direzione e dirigere le sue divisioni corazzate verso sud con lo scopo di riunirsi con l’esercito del generale von Kleist, capo dell’armata sud, per chiudere in una gigantesca sacca ad est di Kiev le truppe sovietiche ivi dislocate. L’aggancio avvenne a metà settembre col risultato di circondare e fare prigionieri circa un milione di soldati dell’Armata Rossa con l’annientamento di quattro armate e, da recenti fonti sovietiche, la morte di 616.000 soldati russi, ma a costo di notevolissime perdite di truppe e di mezzi. Fu un grande successo militare, Hitler la definì “la più grande battaglia della storia del mondo”, ma il ritardo che questa operazione causò al piano iniziale dei generali tedeschi e di Guderian in particolare, di marciare su Mosca prima dell’arrivo della stagione invernale, si rivelerà fatale per il prosieguo della ”Operazione Barbarossa”. Violentissime piogge autunnali seguite da pesanti nevicate devastarono le scarse e disastrate strade esistenti rendendole totalmente impraticabili. L’avanzata tedesca ne rimarrà impantanata e praticamente bloccata, una situazione resa ancora più critica per la carenza di armi e viveri dovuta alle difficoltà di rifornire le prime linee per l’inagibilità delle vie di comunicazione.
Kiev fu occupata il 19 settembre 1941. La popolazione era stata in parte evacuata all’interno della Russia, molti degli abitanti rimasti però erano contenti per l’arrivo dell’esercito tedesco in quanto speravano di essere liberati dal giogo oppressivo del regime sovietico. I comandi si stabilirono nella centrale via Kreshchatik ma cinque giorni dopo la loro presa di possesso una bomba esplose in quella zona seguita, nei giorni successivi, da altri scoppi che provocarono il crollo del Grand Hotel dove erano acquartierati i tedeschi e di molti altri edifici, causando un incendio che durò una settimana distruggendo circa due chilometri quadrati del centro città, lasciando senza casa oltre 25.000 persone. Ci furono 200 vittime tra i tedeschi e morti e feriti anche tra i civili. Dopo la guerra si venne a sapere che a piazzare le bombe era stato un commando speciale della NKVD (la polizia segreta sovietica), ma le SS, anche se sapevano chi fossero gli attentatori come testimoniato nel dopoguerra dal generale Alfred Jodl al Tribunale di Norimberga, colsero l’occasione per dare la colpa agli ebrei e quindi giustificarne per rappresaglia l’eliminazione. Il Sonderkommando 4° (Comando Speciale 4°), comandato dallo SS-Standartenführer Paul Blöbel, insediatosi al momento dell’occupazione della città, fu seguito, il 25 settembre, dall’Einsatzgruppe C , (unità operativa speciale) composta principalmente da SS il cui compito era quello di eliminare ebrei, zingari, prigionieri sovietici ed avversari politici, mediante fucilazione e, negli anni successivi, con le camere a gas. Il comandante Blöbel dipendeva direttamente da Reynhard Heydrich, secondo solo ad Heinrich Himmler nella gerarchia delle SS. Heydrich aveva dichiarato che “Il giudaismo dell’est è la sorgente del Bolscevismo e deve quindi essere eliminato in accordo con le mire del Führer”(1). L’Einsatzagruppe reclutò subito un gruppo di simpatizzanti ucraini a cui affidarono il 27 settembre il compito di affiggere 2000 manifesti sui muri della città dove si ordinava a tutti gli ebrei residenti a Kiev e dintorni di radunarsi presso il cimitero russo e quello ebraico alle 8 del mattino del 29 settembre 1941 recando con sé documenti, denaro, preziosi, abbigliamento. Chi disobbediva sarebbe stato fucilato. Gli ebrei russi sapevano ben poco delle campagne antigiudaiche naziste e della legislazione vigente in Germania e nei paesi conquistati che negava loro ogni diritto civile. Pensavano che i tedeschi intendessero deportarli o piuttosto trasferirli altrove, magari verso la Palestina, dato che Ignoravano le recentissime e tragiche vicende del ghetto di Varsavia ed il programma di annientamento della popolazione ebrea in Europa emanato dal Führer.
Nel 1939 Kiev contava 175.000 ebrei, molti di questi, dall’inizio della guerra erano stati evacuati a est, mentre altri si erano arruolati nell’armata rossa. Si stima che circa 60.000 ebrei fossero rimasti in città, soprattutto vecchi, persone ammalate, donne e bambini. C’è da precisare che da parte degli ucraini c’era stato sempre un larvato antisemitismo, tanto è vero che in seguito molti ucraini svaligiarono le case forzatamente abbandonate dagli ebrei in obbedienza al bando nazista ed inoltre alcuni collaborazionisti consegnarono ebrei alle SS. La mattina del 29 settembre una folla impressionante di decine di migliaia di persone si andava accalcando nei punti di raccolta: “sembrava una migrazione di massa” racconterà nel 1967 al processo per i crimini in Ucraina un ufficiale del Sonderkommando 4°; pensavano di andare in una stazione ferroviaria, ma non c’erano treni, soltanto montagne di valige, bagagli, vestiti da una parte, e dall’altro montagne di viveri che venivano fatti depositare alla fiumana umana. Mano a mano che gli ebrei abbandonavano i loro averi cominciarono ad avvertire il suono delle raffiche di mitra; crebbe allora il panico, il terrore e le urla di disperazione, soprattutto dei bambini e degli anziani, ammassati oramai senza scampo sotto il controllo di soldati tedeschi e guardie ucraine. L’interminabile colonna veniva sospinta dalle SS verso il fossato di Babij Jar (Fosso della nonna) nelle immediate vicinanze di Kiev. Dopo essere passati in gruppi di dieci attraverso uno stretto corridoio di soldati che li colpivano brutalmente al minimo cenno di rivolta, gli ebrei erano costretti a denudarsi ed affacciarsi alla grande voragine naturale, profonda circa 10 metri e lunga oltre 100 metri, larga 10 metri in basso e parecchie decine di metri in alto. La testimonianza, dopo la guerra, di Kurt Werner, dell’Einsatzgruppe C, che partecipò allo sterminio di Babij Jar, racconta di una delle massime atrocità compiute dai nazisti nel secondo conflitto mondiale: ” Subito dopo il mio arrivo sul terreno delle esecuzioni dovetti scendere con altri camerati in questa conca. Non passò molto tempo che già i primi ebrei ci vennero condotti giù per le pareti della voragine lungo le quali dovettero sdraiarsi faccia a terra. Nella conca si trovavano tre gruppi di tiratori, in tutto 12. Gli ebrei venivano condotti di corsa, tutti assieme, dall’alto verso questi tiratori. Gli ebrei che seguivano dovevano sdraiarsi sui cadaveri di quelli precedentemente fucilati. I tiratori stavano di volta in volta dietro gli ebrei e li uccidevano con colpi alla nuca. Mi ricordo ancora oggi in quale stato di terrore cadevano gli ebrei che di lassù, sull’orlo della voragine, potevano per la prima volta scorgere i cadaveri sul fondo: molti gridavano forte per lo spavento. Non ci si può nemmeno immaginare quale forza nervosa richiedesse eseguire laggiù quella sporca attività. Era una cosa raccapricciante… Dovetti rimanere tutta la mattina giù nella voragine. Lì dovetti continuare a sparare per un certo tempo, poi fui impegnato a riempire di munizioni i caricatori della pistola mitragliatrice. Durante questo tempo furono impiegati altri camerati come tiratori. Verso mezzogiorno fummo fatti uscire dalla conca e nel pomeriggio io, con altri, dovetti condurre gli ebrei fino alla conca. In questo tempo altri camerati sparavano giù nella conca. Gli ebrei venivano condotti da noi fino all’orlo della conca e da lì correvano giù da soli lungo il pendio. Tutte le fucilazioni di quel giorno possono essere durate all’incirca fino… alle 5 o alle 6 di sera” (2).
 
Il resoconto n.101 dell’Einsatzgruppe C riporta l’uccisione di 33.771 ebrei a Babij Jar nei giorni 29 e 30 settembre 1941, compiuta usando fucili automatici Schmeisser e mitragliatrici Schwartzlose. Oltre all’Einsatzagruppe, parteciparono all’eccidio soldati delle SS e membri della polizia ausiliaria ucraina. Paul Blöbel fu decorato da Hitler con la Croce di Ferro; il tribunale militare di Norimberga gli attribuì 59.018 esecuzioni e lo condannò a morte per impiccagione che venne eseguita l’8 giugno del 1951. Molte altre persone furono uccise nei mesi successivi e nei due anni di occupazione tedesca di Kiev: altri ebrei, zingari, pazienti dell’ospedale psichiatrico Pavlov, prigionieri di guerra sovietici, nazionalisti ucraini, partigiani, civili colpevoli di avere trasgredito ordini nazisti. Non è noto il numero totale di persone assassinate a Babij Jar, alcune stime parlano di circa 100.000 morti di cui circa 90.000 ebrei. Finito lo sterminio i nazisti usarono i prigionieri di guerra per ricoprire di terra i cadaveri accumulati nel fossato ma due anni dopo, quando le truppe sovietiche, nell’autunno del 1943, cominciarono ad avanzare su tutto il fronte avvicinandosi anche a Kiev, Himmler emanò l’operazione 1005 (Aktion 1005) che ordinava di eliminare ogni traccia dei massacri perpetrati dai tedeschi. Per “cancellare” Babij Jar fu ordinato ad un gruppo di 327 prigionieri, tra cui 100 ebrei, provenienti dal vicino campo di concentramento di Syretsk, di dissotterrare le decine di migliaia di corpi e cremarli. Questa raccapricciante operazione iniziò il 18 agosto 1943 e durò sei settimane, le ceneri furono in parte disperse ed in parte sotterrate nuovamente. Poiché tra le ceneri erano presenti molte ossa, queste furono triturate da uno speciale gruppo di prigionieri, passate poi al setaccio per bloccare i pezzi più grossi e sminuzzarli ulteriormente in modo da renderli non identificabili, per distruggere definitivamente ogni prova dell’eccidio. I prigionieri, temendo che a lavoro finito i nazisti li avrebbero uccisi, come infatti fu annunziato loro da un ufficiale delle SS il 29 settembre, organizzarono nella notte una rivolta. In 14 riuscirono avventurosamente a scappare e poi, a guerra finita, raccontare la loro terribile esperienza.
Dopo la guerra, nella Russia di Stalin, la storiografia sovietica post-bellica evitò di mettere in luce il programma nazista riguardante la “Soluzione finale del problema ebraico”. I milioni di morti in guerra e nei campi di concentramento erano cittadini sovietici e basta, non c’era menzione del particolare destino riservato agli ebrei russi. Nel dopoguerra l’antisemitismo era parte della “policy” della Russia in politica estera: con l’inizio della “guerra fredda” il nazionalismo russo aveva avuto un forte impulso a scapito di ogni altra etnia, associato a severe critiche nei riguardi del mondo occidentale e dei suoi valori. Gli ebrei russi però non potevano dimenticare le loro immani sofferenze, né rinunziavano al desiderio di riunirsi ed associarsi con gli ebrei di tutto il mondo, ma per questi sentimenti venivano accusati dal regime di avere un comportamento non patriottico, di essere senza radici, di sentirsi cosmopoliti più che russi. “Sebbene l’Unione Sovietica avesse favorito la nascita dello Stato di Israele, dall’estate del 1948 vi era stato un drammatico cambio di politica. Qualsiasi espressione di amore o di ammirazione per il nuovo stato ebraico di Israele era condannato come “nazionalismo borghese” ed il regime operava un severo giro di vite sui contatti con gli ebrei d’oltremare” (1). E’ noto che gli anni del dopoguerra furono fortemente connotati dalla tirannia dittatoriale staliniana con milioni di persone deportate in campi di lavoro per “deviazionismo” e accuse spesso inconsistenti e gratuite. Gli ebrei ne furono particolarmente colpiti, al punto da essere spesso circondati da odio e diffidenza, col risultato che molti intellettuali furono emarginati se non arrestati ed anche eliminati. Analoghi comportamenti si ebbero nei paesi satelliti con processi anche a gerarchi comunisti, accusati di partecipare a cospirazioni sioniste contro il loro stesso paese. Nel gennaio del 1953 la Pravda annunciò la scoperta di un gruppo terrorista ebreo che aveva assassinato alcuni funzionari sovietici. L’antisemitismo raggiunse allora il suo apice per placarsi dopo il 5 marzo, alla morte di Stalin e, tre anni dopo, nel febbraio del 1956, col famoso discorso di Nikita Khrushchev che accusava Stalin di quei tanti crimini che l’occidente gli addebitava da anni. Migliaia di persone furono rilasciate dai gulag dove avevano vissuto, e tanti erano morti, in condizioni simili ai deportati nei lager nazisti durante il secondo conflitto mondiale.
Lentamente e comunque circondati da una notevole diffidenza, gli ebrei russi riacquistavano il loro corretto “status” di cittadini sovietici partecipando alla modernizzazione della Russia in tutti i suoi aspetti. Nel 1957 fu proposto di costruire a Kiev un monumento per ricordare l’eccidio di Babij Jar, ma quando le autorità locali constatarono che la maggioranza delle vittime erano di razza ebraica, apposero il veto alla realizzazione dell’opera. In seguito il grande fossato fu racchiuso da una diga e trasformato in un lago che, nel marzo del 1961, a causa di una pioggia intensissima ed incessante, tracimò provocando 145 morti. Qualcuno parlò della rivincita delle vittime dimenticate di Babij Jar. In quell’anno un giovane poeta ucraino, Yevgeni Yevtushenko, scrisse il poema Babij Jar, che fu pubblicato nel giornale letterario ufficiale dell’URSS, la Literaturnaya Gazetta, il 19 settembre 1961 riscuotendo subito un enorme successo in patria e poi all’estero, ma soprattutto rompendo l’oblio che le autorità sovietiche avevano imposto sul massacro. Di fatto, se non si fossero ritrovati i meticolosi resoconti dell’Einsatzgruppe C e non fossero miracolosamente sopravvissuti alcuni testimoni oculari, la tragedia di Babij Jar sarebbe rimasta ignota, inghiottita in uno dei tanti buchi neri della storia.
Lo scrittore Marek Halter ha scritto: “Il Partito Comunista condannò immediatamente il poeta ed il giornale. Ma era troppo tardi: i corpi delle vittime massacrate a Babij Jar già tornavano a galla e fluttuavano alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, di tutto il mondo, sul Dniepr, il fiume che attraversa Kiev, e sotto le finestre del Cremlino, sulle acque della Moscova” (3). Lo stesso Khrushchev criticò il poema perché dava troppo importanza alle vittime ebree mentre molti russi, ucraini e cittadini di altre nazioni erano stati parimenti vittime della macelleria hitleriana.
Questi sono alcuni versi del poema di Yevtushenko:
Non c’è un monumento /A Babij Jar /Il burrone ripido /E’ come una lapide /Ho paura /Oggi mi sento vecchio come /Il popolo ebreo /Ora mi sento ebreo/…../E divento un lungo grido silenzioso qui /Sopra migliaia e migliaia di sepolti /Io sono ogni vecchio /Ucciso qui /Io sono ogni bambino /Ucciso qui
Il famoso musicista e compositore russo Dmitri Shostakovich, sulla base del poema di Yevtushenko e di altri scritti, compose la Sinfonia n.13 op.113, sottotitolata Babi Yar, la cui prima fu eseguita a Mosca il 18 dicembre 1962 con un clamoroso successo. Oltre all’antisemitismo l’opera toccava altri temi come l’asservimento degli intellettuali al regime, la mancanza di libertà d’opinione ed altri aspetti del logoro sistema comunista sovietico per cui la stampa ufficiale, ancora convalescente dallo stalinismo, cercò di ignorare l’avvenimento e la sinfonia scomparve dai programmi musicali per alcuni anni. Ma le opere di questi artisti ebbero il merito di attrarre l’attenzione del mondo intero rivelando per la prima volta che la società sovietica non era immune dall’antisemitismo e che molti intellettuali provavano disagio a parlare dell’olocausto.
Nell’Unione Sovietica, articoli di propaganda su giornali nazionali e locali arrivarono ad affermare che “i Sionisti avevano collaborato con i reazionari, con gli autori dei pogrom e gli anti-semiti nel corso della loro storia”(1). Un articolo della Pravda del 16 marzo 1971 diceva che la tragedia di Babij Jar “sarebbe rimasta per sempre la personificazione non solo del cannibalismo dei seguaci di Hitler ma anche dell’indelebile vergogna dei loro complici e seguaci, i Sionisti”(1). Questo atteggiamento spiega come nella decade 1970-1980 oltre 250.000 ebrei russi emigrarono in Israele. Solo con l’apertura degli archivi nel 1989 si cominciò a capire l’assurdità “del rifiuto ideologico comunista a vedere l’annientamento degli ebrei come un evento distinto all’interno della furia nazista, anche per via dell’impossibilità della comunità ebraica sovietica a organizzare uno studio puntuale delle fonti /…./ oggi però i nuovi studi permettono di inquadrare meglio sia le modalità del genocidio /…/ e soprattutto la rimozione della Shoah imposta da Mosca”(4) che si tradusse in una palese emarginazione degli ebrei a tutti i livelli della gerarchia sociale. Ad esempio nel 1944 le autorità sovietiche proibirono qualsiasi manifestazione a Babij Jar per commemorare l’ecatombe del 1941 “col pretesto che si sarebbe trattato di una manifestazione di “sciovinismo” e “nazionalismo” ebraico, e che avrebbe potuto originare gravi dimostrazioni antisemite” (4). La storia vera di Babij Jar apparve nell’URSS nel 1966 grazie ad un libro dello scrittore Anatolij Kuznecov, nato a Kiev nel 1929 che, ancora quattordicenne, aveva cominciato ad annotare tutto ciò che aveva visto e sentito sull’eccidio. Il testo, pubblicato sul mensile letterario Yunost, fu censurato dalle autorità sovietiche per la parte che riguardava il collaborazionismo di molti ucraini con i nazisti; l’edizione integrale uscirà a New York in inglese nel 1970 col titolo “Babi Yar: A Document in the Form of a Novel”, ottenendo un successo internazionale.
Si dovettero aspettare oltre 30 perché nel 1976 fosse costruito a Babij Jar un monumento ufficiale per ricordare l’immane eccidio; l’iscrizione sulla targa recita: “ Qui nel 1941-1943 gli invasori tedeschi nazisti giustiziarono oltre 100.000 cittadini di Kiev e prigionieri di guerra” senza fare menzione degli ebrei. Dopo la dissoluzione della Unione Sovietica il governo ucraino autorizzò nel 1991 l’erezione di un altro monumento che rappresenta una gigantesca Menorah, il candelabro a sette braccia simbolo della religione ebraica, come memoriale per ricordare esplicitamente lo sterminio della comunità ebraica di Kiev.
Yevtushenko aveva scritto a conclusione del suo poema: ”Non c’è sangue ebreo/ nel mio sangue/ ma sento l’odio disgustoso/ di tutti gli antisemiti/ come se fossi stato un ebreo/ ed ecco perché sono un vero russo”.
 
Francesco Cappellani
 
(1) L. S. Dawidowicz “Babi Yar’s Legacy”. NYT 27/09/1981
(2) E.Klee, W.Dressen, V.Riess “Bei tempi”. Lo sterminio degli ebrei raccontato da chi l’ha eseguito e da chi stava a guardare”. La Giuntina. Firenze, 1995
(3) M. Halter “ I 100mila ebrei di Babi Yar, un massacro dimenticato” La Repubblica 29/09/2006
(4) S. Nirenstein “Il massacro di Babij Jar”. La Repubblica 11/07/2007