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Muscolarità apparente e pragmatismo sconnesso

Come spesso in politica non accade, alle parole seguono i fatti e in questo Donald Trump continua a sorprenderci.

Infatti per cercare di ridurre l’enorme deficit accumulato nel corso del 2017 dalla bilancia commerciale statunitense nei confronti della Cina, otre 375 miliardi di dollari, il Presidente ha imposto dazi per circa 50 miliardi di dollari sulle merci provenienti da quel mercato e contemporaneamente ha ribadito di voler proseguire sul terreno dello scontro commerciale anche con i partner del Nafta (Messico e Canada) e con l’Europa.

La sua mossa ha suscitato, oltre agli scontati commenti negativi di tutti i ferventi credenti nel libero commercio, la piccata replica della Repubblica Popolare che ha varato un incremento dei dazi su aerei, soia, carne suina e vari altri prodotti in arrivo dal mercato statunitense.

La tensione sale, le borse sono in fermento e i media del mondo intero ipotizzano i prodromi di una pericolosa guerra commerciale in grado di coinvolgere e penalizzare tutti e di acuire i segnali di crisi già molto evidenti sul piano politico, con le drammatiche vicende del Medio Oriente e le tensioni tra la Corea del Nord e il resto del mondo.

Pur condividendo in parte questo scenario sono dell’avviso che quanto sta accadendo rappresenti solo la parte visibile del fenomeno che in profondità si caratterizza per l’incrociarsi di cinque fattori convergenti:l’obbligo di imporre alla Cina di aprirsi maggiormente ai prodotti americani (finanziari, prima di tutto), la necessità di incominciare a rispettare i diritti di proprietà intellettuale, da parte cinese, la sua “fame” di tecnologia, la ricerca di soluzioni per il problema della Corea del Nord e la decisione in merito alla disdetta del patto sul nucleare iraniano.

In sostanza la conflittualità commerciale rappresenta la “velatura”di una tematica ben più corposa; la presa di coscienza degli Stati Uniti che la Cina, con il suo piano Made in Cina 2025 e i conseguenti investimenti nel campo degli armamenti, è il solo antagonista globale in grado di contendere agli statunitensi l’egemonia politica, militare e tecnologica.

Infatti se lo scopo dell’amministrazione statunitense fosse solo la semplice riduzione del deficit commerciale, l’intervento sui dazi non centrerebbe l’obiettivo, dal momento che il deficit commerciale americano nei confronti dei cinesi non è solo il risultato di transazioni aggressive e di dumping, ma la conseguenza di un comportamento poco virtuoso degli statunitensi stessi che consumano troppo e investono troppo poco, per di più indebitandosi (il loro enorme debito pubblico in mano, per la maggior parte, ai cinesi stessi), a differenza dei cinesi che invece consumano ancora troppo poco, ma investono molto in produzione ed infrastrutture.

Quindi se non viene invertita la tendenza ai consumi, l’eventuale riduzione del disavanzo con i cinesi, verrebbe compensato da pari importazioni da altri paesi (Germania,Italia,Giappone,ecc.)

Oltre a ciò occorre rammentare che le filiere produttive sono integrate e globalizzate, con le catene del valore che interagiscono da paese a paese ed è quindi praticamente impossibile individuare l’origine reale dei prodotti importati dalla nazione che li ha assemblati, ma la cui realizzazione è frutto di cooperazione di molti e differenti produttori sparsi in decine di altre nazioni.

Ad esempio 100 dei 375 miliardi di dollari di importazioni cinesi sono fatturati di imprese americane insediate in Cina (l’iPhone comperato dagli americani è made in Cina per la dogana, ma solo il 5% del suo valore è stato realizzato in Cina!), perché lì si realizzano produzioni con componenti prodotti in molti altri paesi e il rischio potrebbe essere quello di penalizzare aziende americane e paesi amici, quali il Giappone o la Corea del Sud che esportano semilavorati nell’ex “celeste impero”.

Di conseguenza, probabilmente, nessuno dei due competitori ha un reale interesse, nel medio periodo, ad esacerbare i contrasti e la Cina ha bisogno di tempo per recuperare il gap tecnologico e trasformarsi da “fabbrica del mondo”in un sistema industriale basato sull’innovazione continua di processo, per contrastare il ridursi del suo esercito di lavoro, pesantemente limitato dalla politica del figlio unico e dal rapido invecchiamento della popolazione.

Da qui anche la necessità di ridurre la dipendenza del suo Pil da esportazioni crescenti ed investimenti, accrescendo, invece, i consumi ed i servizi.

Accanto a questo problema di riequilibrio c’è poi quello della necessità di costruire un welfare pubblico in grado di garantire un sistema previdenziale e sanitario per quell’enorme massa di dipendenti in procinto di lasciare il lavoro.

Sul fronte americano, invece, l’aggressività di Trump, oltre ad accontentare il suo elettorato, rispettando gli impegni assunti, potrebbe rivelarsi lo strumento idoneo a individuare condizioni orientate ad un principio di reciproca profittabilità sia sul versante degli affari che su quello del progresso tecnologico, nella comune consapevolezza che il gigante cinese è ormai un protagonista assoluto dello scenario internazionale.

Al di là delle reciproche ripicche appare evidente che entrambi i contendenti non hanno alcuna convenienza ad intraprendere percorsi eccessivamente conflittuali che finirebbero per penalizzare le prospettive future sia degli americani che dei cinesi stessi.

In mezzo a tutto questo c’è la scomoda posizione dell’ Unione Europea che vede negli Stati Uniti il suo primo mercato di sbocco e il suo secondo fornitore, mentre la Cina è il primo fornitore e il secondo mercato, con un totale delle esportazione che vale il 3,5% del Pil europeo e il doppio delle esportazioni cinesi.

Al netto degli eccessi verbali dell’Amministrazione americana la posizione assunta non dispiace ai vertici europei che sperano in un riequilibrio degli scambi commerciali e vedono la possibilità di ottenere dai cinesi delle concessioni a fronte della maggior integrazione paritaria che evita il rischio dell’isolamento della Cina.

Già si intravedono i primi risultati con la disponibilità cinese all’eliminazione del tetto del 50% nelle joint-venture nell’automotive nel 2022 e nella cantieristica a partire già dal 2018.

Anche per l’Unione Europea, però, è indispensabile che lo scontro tra Stati Uniti e Cina non passi a livelli successivi, perché in caso contrario gli americani spingerebbero gli alleati europei ad unirsi nel boicottaggio cinese.

Il risultato avrebbe conseguenze pesanti sul multilateralismo e il probabile rallentamento degli scambi economici mondiali, sottoposti allo stress di dazi crescenti, farebbe ridurre il valore globale dell’avanzo commerciale UE, dall’attuale 4% ad un più risicato 2% del suo PIL annuale.

Luigi Pastore

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