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Madagascar

Magari perché, d’improvviso, ti ricordi che in una lontana finale olimpica dei cento metri piani, incredibilmente, uno dei concorrenti (si chiamava Ravanamantsoa) veniva da quella misteriosa isola, ti passa per la mente l’idea di studiare la storia del Madagascar.

Impresa pressoché impossibile.

Pochissime, confuse e contrastanti notizie nelle enciclopedie.

Inesistenza o quasi di libri che specificamente ne trattino.

Così, scoraggiato, ripieghi su quel bel matto che doveva essere Maurycy August Beniowski, che – hai appreso tra le righe – proclamato re dai malgasci, riuscì per all’incirca un decennio appunto a regnare in un’epoca storica (l’ultimo quarto di secolo del Settecento) nella quale, come per pochi decenni ancora, era possibile che un uomo riuscisse a concretizzare il sogno infantile di navigare verso lontane ed inesplorate terre e di governarle a piacer suo.

Avventuriero coi fiocchi, Beniowski, ungherese di nobile famiglia nato nel 1741, dopo avere preso parte da giovane alla Guerra dei Sette Anni nelle fila austriache, passò in Polonia laddove combatté contro la Russia con i Confederati di Bar.

Arrestato e deportato nientemeno che in Kamciatka, rapì la figlia del governatore locale e fuggì con lei in Cina.

Qui giunto, la abbandonò.

Arrivato a Parigi nel luglio del 1772 dopo un lunghissimo viaggio che lo aveva condotto per ogni dove ed anche in Madagascar, convinse Luigi XV ad inviarlo a capo di una spedizione armata nell’isola incriminata nella cui parte nordorientale fondò un dominio con capitale Louisburg.

Insofferente del giogo francese, il 16 settembre 1776 si fece proclamare re dai capi delle diverse etnie e tribù locali.

Nel travagliato, successivo decennio non mancò di viaggiare e di visitare in pompa magna Londra, gli Stati Uniti, il Brasile.

La morte lo colse nel ‘suo’ Madagascar che, naturalmente, Luigi XVI, succeduto al nonno sul trono di Francia, neppure si sognava di lasciargli.

Era il 1786 e, armi in pugno come era quasi sempre vissuto, Beniowski se ne andò all’altro mondo.

Chapeau!

Mauro della Porta Raffo

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Una risposta
  1. Simpatico e interessante articolo, anche per averci ricordato il grande velocista malgascio finalista nei 100 metri a Città del Messico nel 1968, e morto pochi mesi fa.
    Mi si permetta però di notare, solo per riderci sopra e con immutata stima, che anche ai Gran Pignoli ogni tanto fa difetto la memoria. Non si chiamava Ravanamantsoa, bensì Ravelomanantsoa.
    Grazie anche per averci ricordato nell’altro articolo tanti grandi nomi del ciclismo, in primis il grande Anquetil. Chissà, magari era dopato anche lui, ma a differenza degli antipatici mostri attuali come Armstrong, lui amava le donne, le ostriche e lo champagne, come l’altro grande George Best, che simpaticamente disse una volta che nella sua vita aveva speso montagne di soldi per donne, macchine e champagne. Tutti i soldi spesi per altri scopi li aveva sprecati…..

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