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La scomparsa degli operai come classe sociale
Il capitalismo manageriale, figlio legittimo del neoliberismo globalizzato che ha governato la politica e l’economia negli ultimi trenta anni, è meno ideologico e più pragmatico dell’augusto genitore ed è anche più attento ai temi del posizionamento competitivo e della strategia conseguente.

 
Questo gli ha permesso di essere più opportunista e connivente con una politica asservita e priva di visone; è oligopolista e incline al monopolio specialistico, di conseguenza è più indirizzato alla rendita ed all’accrescimento del valore borsistico piuttosto che alla manifattura e allo sviluppo economico.
 
Tutto ciò lo porta ad essere sempre più lontano dagli interessi dei cittadini ed anche poco sensibile ai desideri dei consumatori dei quali tende ad ampliare le aspettative, oltre che alle esigenze di una crescita sostenibile.
 
Tuttavia tra i tanti successi che può vantare il neoliberismo, dall’apertura dei mercati, alla disciplina dei prezzi e al rigore dei conti pubblici, il più significativo, forse, è quello ottenuto dal suo figlio prediletto, infatti il capitalismo manageriale ha compiuto il miracolo di continuare a far esistere gli operai, disgregandoli, però, come classe sociale.
 
Gli operai sono ancora numerosi, anche se in costante diminuzione come numeri assoluti per effetto della crescente presenza di intelligenza artificiale e algoritmi proprietari che governano le linee produttive, ma la loro rappresentatività sociale e di classe è scomparsa.
 
Troppo impegnati a configgere sugli aspetti normativi e giuridici che stavano avvenendo nel mondo del lavoro e delle professioni ci siamo accorti di cosa stava capitando solo a processo terminato e non siamo neppure stati in grado di cogliere l’essenza di questo cambiamento.
 
Abbiamo conservato un’idea del lavoro operaio che non corrisponde più, almeno nei suoi aspetti che una volta si sarebbero definiti di “aristocrazia operaia”, alla realtà.
 
Gli stabilimenti sono radicalmente cambiati, le produzioni sono “lean”, il lead time si è compresso e si sta prendendo coscienza dell’industry 4.0, ma nella nostra percezione, da secolo scorso, gli addetti ai lavori manuali sono ancora sporchi, sudati, muscolari e relegati nella parte bassa della gerarchia sociale che, purtroppo, non tiene assolutamente conto del valore sociale del lavoro che si svolge.
 
Oggi lavorare in fabbrica è, probabilmente, meno faticoso di un analogo lavoro routinario, il contadino, o l’addetto alle vendite in una catena di grande distribuzione organizzata; è più formativo e foriero di crescita professionale e di carriera rispetto ad altri impieghi, permettendo anche di ottenere retribuzioni più elevate.
 
Tutto questo però ha comportato un cambio di paradigma e di valori; ha affievolito il senso di identità, li ha resi meno sensibili all’equalitarismo, alle lotte collettive, ai diritti sociali e li ha sensibilizzati alla meritocrazia, con un elevato tasso di appartenenza aziendale e di collaborazione individuale.
 
Il capitalismo manageriale si è dimostrato capace di costruire delle “narrazioni”accattivanti che hanno saputo far breccia in un tessuto sociale fiaccato dalle disuguaglianze crescenti che il neoliberismo ha prodotto in questi trenta anni e che i sindacati e i partiti della sinistra non hanno saputo comprendere e contrastare, cedendogli l’egemonia culturale.
 
Ci sono state notevoli ripercussioni anche nella credibilità e nelle attività di governo delle democrazie liberali che hanno mostrato i loro limiti nella redistribuzione del valore prodotto e non hanno saputo contrastare la crescita di movimenti sovranisti e xenofobi che con il pretesto di difendere gli interessi della “gente comune” contro le élite, cavalcano le insicurezze e le paure di cittadini privati di un orizzonte di riferimento e di un futuro nel quale credere di poter star meglio.
 
Il rischio, però, è che il capitalismo manageriale e aziendalista che ha sedotto prima le classi dirigenti e poi gli operai, destrutturandoli come classe e si è imposto come sistema di valori, crolli sotto il peso delle contraddizioni tra quanto è stato capace di raccontare e imporre e la realtà, fatta di ambiente degradato, risorse in calo, pauperizzazioni crescenti, lavoro precario e disuguaglianze intollerabili.
 
Forse solo con un compromesso, fondato su instabili e dinamici equilibri e interventi fiscali e regolatori a livello internazionale, si potranno individuare soluzioni sostenibili e si potrà salvare il capitalismo dai capitalisti, limitandone le attività e l’eccesso di profittabilità, per ottenere più equità.
 
In questo scenario il cambiamento del ruolo e delle mansioni degli operai, che i sindacati non sono stati in grado di percepire, ma che dovranno imparare a rappresentare, è un dato di fatto che porta con se l’obbligo di individuare un nuovo sistema di diritti, doveri e valore sociale per il lavoro del ventunesimo secolo.
 
Tutto ciò perché i saperi, la solidarietà, la rappresentanza, l’identità, la cultura del lavoro e il suo valore collettivo che si trasformano in capitale sociale, determinano la sostanza della democrazia e del contratto civile tra gli esseri umani.
 
Luigi Pastore