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La Corea del Nord? Gli Stati Uniti, alla fine, non l’attaccheranno

Venti di guerra soffiano impetuosi e inquietanti sull’Asia Orientale.

L’ultimo, recentissimo test missilistico messo in atto dalla Corea del Nord, datato 28 luglio, ha rappresentato un netto salto di qualità nelle capacità balistiche del regime di Pyongyang.

E’ ormai un fatto noto al mondo intero che, per la prima volta nella sua storia, il piccolo “regno eremita” sia riuscito a far funzionare un razzo ICBM (intercontinental ballistic missile) in grado di raggiungere – e colpire – la costa occidentale degli Stati Uniti. Il passaggio mancante, a detta degli esperti del Pentagono non lontano dall’essere conseguito, è la miniaturizzazione, all’interno del missile, di una testata nucleare.

Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti provano la sensazione di sentirsi bersaglio di armi nucleari. Una minaccia seria, concreta, vista da Washington. Un bersaglio grosso, per Kim Jong-Un; anzi, IL bersaglio grosso per definizione.

Come era lecito attendersi, la reazione statunitense non ha tardato ad arrivare. Passati pochi giorni dal test missilistico nordcoreano, il generale H. R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, si presenta ai microfoni dell’emettente televisiva Msnbc, sostenendo che gli Stati Uniti sono pronti a tutte le opzioni per contrastare la minaccia nucleare rappresentata dal regime di Pyongyang, compresa quella di una guerra preventiva.

Agli occhi di Donald Trump e della sua amministrazione, l’ultimo test missilistico nordcoreano ha rappresentato un punto di non ritorno dal quale rischia di non esservi via d’uscita se non l’intervento militare. Questo in quanto le sanzioni economiche messe in atto da decenni nei confronti del regime di Pyongyang si sono rivelate, alla luce dei fatti, totalmente insufficienti – per non dire inutili – ai fini dell’isolamento internazionale del Paese.

Non solo, sostengono dalle parti del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, le sanzioni varate dall’Onu non hanno impedito alla Corea del Nord di entrare in possesso – non si sa bene come – di tecnologia e materie prime destinate alla costruzione di armi nucleari, ma non hanno nemmeno avuto lo sperato esito di far precipitare il Paese in un periodo di carestia simile a quello degli anni ’90, in modo tale da indurre il regime ad addivenire a più miti consigli e a sedersi al tavolo delle trattative.

Sotto traccia, infatti, l’economia nordcoreana cresce, lentamente ma costantemente, e il rigido marxismo-leninismo di Stato sta aprendosi a forme (ancorché embrionali) di economia di mercato. Strozzare Pyongyang sotto il profilo economico-finanziario, sostengono alla Casa Bianca, sta diventando sempre più difficile.

Ecco spiegato perché, negli ultimi giorni, l’opzione dell’intervento militare, unilaterale e preventivo, è tornata prepotentemente di attualità.

Ma, al di là delle dichiarazioni e dei proclami tuonanti di Donald Trump e dei generali del Pentagono, è davvero probabile che il Presidente degli Stati Uniti, che è anche commander in chief di tutte le forze armate a stelle e strisce, dia l’ordine esecutivo di attaccare preventivamente la Corea del Nord?

La risposta, per ragioni che Donald Trump e i suoi consiglieri conoscono molto meglio del sottoscritto, è no.

Un attacco preventivo alla Corea del Nord da parte degli Stati Uniti comporterebbe dei costi, diretti e indiretti, talmente elevati che nessun Presidente americano nel pieno delle proprie facoltà mentali potrebbe accettare di sostenere.

Vi è, prima di tutto, il “fronte interno”. Donald Trump, per quanto sia stato regolarmente e democraticamente eletto dal suo popolo (anche se molti, negli Stati Uniti come all’estero, fanno finta di dimenticarselo), è senza dubbio il Presidente più detestato dai media mainstream americani dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, se non di tutta l’epoca moderno-contemporanea. Una suo ordine esecutivo di attacco a Pyongyang gli scatenerebbe addosso, presumibilmente, quasi tutta la stampa americana, in un momento in cui egli è chiamato a fronteggiare una serie imponente di problemi (su tutti, la riforma della sanità voluta da Obama, il contrasto all’immigrazione clandestina dal Messico, i cambiamenti climatici, il rilancio dell’economia e il Russiagate) e in cui la sua posizione in seno al Partito Repubblicano è piuttosto problematica.

Per un Presidente nei confronti del quale si sente parlare, un giorno sì e l’altro pure, di impeachment – su quali evidenze e prove, ad oggi, non si comprende – non sarebbe certamente un bel viatico.

Donald Trump si troverebbe, altresì, a fare i conti con i costi economici enormi che un conflitto di questa portata comporterebbe, in un momento nel quale l’economia statunitense inizia a dare segnali di vera, effettiva ripresa.

A ciò si aggiunga la prevedibile reazione ostile dell’opinione pubblica, contraria a interventi militari in giro per il mondo dopo le sabbie mobili delle guerre mediorientali degli ultimi quindici anni. Non va dimenticato, infatti, che, per convincere gli americani che l’intervento nel secondo conflitto mondiale fosse “giusto”, fu necessario il casus belli di Pearl Harbor nel 1941 e che, soprattutto, Donald Trump è stato eletto da quella grande porzione del popolo statunitense stufa dell’interventismo all’estero e desiderosa di più autarchia. Da qui, lo slogan “America first!”.

Per quanto riguarda, invece, il “fronte estero”, le conseguenze sarebbero, letteralmente, catastrofiche.

Innanzitutto, quand’anche la volontà di Washington di colpire la Corea del Nord fosse ben maturata, è tardi. Troppo tardi.

Gli Stati Uniti non possono più permettersi di colpire preventivamente Pyongyang senza rischiare una catastrofe sul proprio territorio.

La minaccia dei missili intercontinentali di Kim Jong-Un dev’essere vista come effettiva e reale in America, se anche il New York Times, tramite la penna di Jerry Lewis, scriveva lo scorso 3 agosto: “Let’s face it: North Korean nuclear weapons can hit the U.S.”.

Analisti del Pentagono e della National Security Agency hanno messo in rilievo un altro aspetto, forse sottovalutato da Donald Trump e dal suo Stato Maggiore: laddove, fino a oggi, i lanci sperimentali dei missili sono avvenuti da posizioni statiche e ben individuabili dai satelliti, in brevissimo tempo i nordcoreani dovrebbero essere in grado di utilizzare lanciatori su camion, in grado di spostarsi ed, evidentemente, di ben più difficile individuazione. Ciò renderebbe pressoché impossibile mettere in atto un bombardamento mirato e “chirurgico” sulle sole postazioni missilistiche.

In secondo luogo, secondo il parere del Nautilus Institute for Security and Sustainability, gli Stati Uniti dovrebbero prestare molta attenzione anche alle conseguenze più propriamente belliche derivanti da un eventuale conflitto.

Certo, considerando in modo razionale le forze in campo, suona come una barzelletta anche il solo pensare che uno degli Stati più poveri dell’Asia Orientale, dotato di armamenti vecchi di decenni, possa anche solo mettere in difficoltà la macchina bellica più potente del mondo, facente capo alla Nazione più ricca del mondo.

Eppure, non sempre i migliori armamenti, la migliore tecnologia, garantiscono il successo bellico. Gli Stati Uniti lo hanno imparato a proprie spese in Vietnam. Inoltre, e forse soprattutto, un attacco preventivo e unilaterale alla Corea del Nord potrebbe comportare a Corea del Sud e Giappone, storici alleati americani nell’area, tanti e tali di quei danni potenzialmente in grado di compromettere per sempre i rapporti bilaterali.

Lo stesso Nautilus Institute for Security and Sustainability ci dice che il regime di Pyongyang dispone di circa un milione di soldati schierati in tutta la cosiddetta “DMZ” (“demilitarized zone”), il famoso trentottesimo parallelo, distante non più di cinquanta chilometri dalla capitale sudcoreana Seoul.

Se attaccato, è verosimile che Kim Jong-Un ordinerebbe una rappresaglia immediata ai danni della Corea del Sud e del Giappone, quest’ultimo più distante ma, ormai, ugualmente raggiungibile dai missili a media gittata nordcoreani.

La giornalista Motoko Rich, corrispondente da Tokyo per il New York Times, scriveva lo scorso 5 luglio che, anche ipotizzando che Kim Jong-Un agisca in modo (semi) razionale e non metta in metta in azione immediatamente le sue armi nucleari, l’esercito di Pyongyang potrebbe comunque causare molte vittime e danni catastrofici in Corea del Sud, anche limitandosi a usare armi convenzionali: situazione, questa, che gli Stati Uniti non potrebbero giustificare agli occhi dei loro alleati, che verrebbero, così, “sacrificati”.

La Rich ci ricorda anche che, a trenta chilometri dal confine demilitarizzato che separa le due Coree, iniziano le periferie della megalopoli che fa capo a Seoul, dove vivono circa dieci milioni di sudcoreani. Ebbene: se davvero dovessero iniziare le ostilità, Pyongyang – data la sua manifesta inferiorità in una guerra aero-navale nei confronti degli Stati Uniti – non avrebbe altra soluzione se non quella di tentare una risposta-lampo, lanciando un attacco congiunto missilistico e aereo verso Seoul, allo scopo di raderla al suolo. Le vittime civili si calcolerebbero, per difetto, nell’ordine di centinaia di migliaia.

In contemporanea, verosimilmente, l’esercito nordcoreano attraverserebbe in massa il trentottesimo parallelo grazie ai numerosi tunnel scavati sottoterra per bypassare la “demilitarized zone” (la zona demilitarizzata dove, contrariamente al nome, si ha la maggior concentrazione di militari al mondo). Negli anni, infatti, il genio militare di Pyongyang ha insistito per trivellare senza sosta il sottosuolo e realizzare tunnel lunghi decine di chilometri, alcuni dei quali sarebbero in grado di far passare fino a diecimila soldati ogni ora e persino carri armati che, in questo modo, sbucherebbero dietro le linee nemiche e potrebbero raggiungere Seoul in un giorno soltanto, permettendo un’invasione in piena regola.

Peraltro, optando per l’opzione militare, gli Stati Uniti correrebbero un ulteriore, enorme rischio: in caso di pesante rappresaglia – financo nucleare – da parte della Corea del Nord su Giappone e Corea del Sud, non è irrealistico ipotizzare un avvicinamento dei due storici alleati americani alla Cina, superpotenza dell’Asia-Pacifico. Attaccare Pyongyang significherebbe, implicitamente, che Washington sarebbe disposta a sacrificare Tokyo e Seoul sull’altare sia del suo ruolo di superpotenza egemone nell’Oceano Pacifico, che della propria sicurezza nazionale. E’ evidente che un’alleanza basata su tali presupposti, vista dalle prospettive nipponica e sudcoreana, non avrebbe più senso alcuno.

Da qui, indirettamente, il terzo argomento di politica estera che indurrà l’amministrazione Trump a non ingaggiare guerra con la Corea del Nord: la Cina.

Da qualunque punto di vista la si analizzi, infatti, la questione nordcoreana non ha nessuna possibilità di soluzione senza il contributo della Repubblica Popolare Cinese. Il fu “celeste impero” è, al contempo, il primo partner commerciale di Pyongyang e il suo vero, unico, protettore politico.

Scatenare una guerra lungo il trentottesimo parallelo significherebbe portare il terreno di scontro pericolosamente vicino ai confini cinesi, con il rischio concreto che qualche missile, magari termonucleare, finisca per arrecare danni – anche indiretti – al gigante dell’Asia. A quel punto, il passo verso una guerra che vedrebbe contrapporsi gli Stati Uniti e la Cina sarebbe soltanto consequenziale, con ovvi, drammatici effetti non solo per la regione estremo-orientale, ma per il mondo intero.

Dal punto di vista di Pechino, la sopravvivenza del regime di Kim Jong-Un è essenziale, non tanto per motivazioni di natura ideologica (la comune adesione al marxismo-leninismo, anche se con caratteristiche del tutto peculiari, soprattutto nel caso della Cina), quanto, piuttosto, strategica. La Repubblica Popolare, infatti, considera la Corea del Nord alla stregua di uno “stato-cuscinetto”, un lembo di terra che separa il proprio territorio continentale dalla Corea del Sud e, quindi, dall’influenza economico-militare americana.

Il solo pensare, a seguito di un’eventuale vittoria degli Stati Uniti in un conflitto con Pyongyang, a una penisola coreana riunificata sotto l’esclusiva egida a stelle e strisce, è pura utopia. La Cina non consentirebbe mai di avere i marines americani lungo il proprio confine meridionale e, con essi, le armi nucleari dello Zio Sam potenzialmente puntate su Pechino.

Tutto questo, nonostante l’attuale apparato dirigente cinese non provi alcuna stima nei confronti del giovane dittatore nordcoreano Kim Jong-Un. Guardando ai propri interessi strategici, tuttavia, per quanto la Repubblica Popolare, soprattutto nell’era dell’attuale Presidente Xi Jinping, non sia riuscita a mantenere buoni rapporti con Pyongyang, il semplice fatto di essere il Paese che più soffrirebbe per un eventuale collasso nordcoreano – sia per la gestione dei milioni di profughi che verrebbe a determinarsi, sia per la difficoltà di ritrovarsi a negoziare una nuova linea di confine con gli Stati Uniti – la induce a mantenere un atteggiamento protettivo verso il riottoso vicino.

In questo quadro complicatissimo, la cui gestione necessiterà di lucidità e freddezza nei mesi (o anni) a venire, emergono due sole, grandi certezze.

La prima è che, oggi come nel 1964, quando la Cina testò per la prima volta con successo un’arma nucleare, gli Stati Uniti faticano ad accettare il fatto di scoprirsi vulnerabili. All’epoca, lo Stato Maggiore americano realizzò tardi che la Repubblica Popolare stava per completare le proprie armi di distruzione di massa, e accolse con infastidito stupore il successo dei primi lanci sperimentali. La portata delle ambizioni di Mao – ovvero di costruire, come deterrente, un’arma termonucleare in grado di colpire il suolo americano – non combaciava, infatti, con i preconcetti di estrema povertà e arretratezza che gli Stati Uniti avevano sulla Cina. Lo scetticismo di allora non è differente dallo scetticismo che, oggi, svariati generali ed esperti americani manifestano circa le reali capacità balistiche della Corea del Nord. Il rischio di commettere lo stesso errore è, in questi ultimi giorni, più concreto che mai.

La seconda certezza è che né Kim Jong-Un, né nessun altro membro del suo gabinetto, pensi o abbia mai anche soltanto pensato di utilizzare l’arsenale nucleare nordcoreano per attaccare per primi gli Stati Uniti. A Pyongyang sono ben consapevoli di ciò che una simile, folle decisione comporterebbe. Ma sono anche ben consapevoli che Washington ha, da sempre, mire di dominio su tutta l’area dell’Asia-Pacifico, e che più volte, in passato, l’opzione militare per invadere la Corea del Nord (o anche solo per un “regime change”, similmente a quanto sovente accaduto in Medio Oriente) è stata sul tavolo dei Presidenti americani.

Per questo motivo Kim Jong-Un ha investito buona parte delle risorse statali nella realizzazione di un arsenale nucleare credibile. Memore delle destituzioni illustri, più o meno recenti, messe in atto dagli Stati Uniti nello scenario mediorientale – da quella di Saddam Hussein nel 2003 a quella di Gheddafi nel 2011 – e delle mire egemoniche degli stessi statunitensi sull’Estremo Oriente, il giovane dittatore nordcoreano ha voluto, da un lato, cautelarsi, dotandosi di quel deterrente nucleare che i despoti mediorientali non avevano e che, se avessero avuto, avrebbe verosimilmente consentito loro di salvare la pelle e il potere; dall’altro lato, Kim Jong-Un intende utilizzare il proprio arsenale come mezzo per intavolare nuove trattative con l’America, al fine di vedere la Corea del Nord ufficialmente riconosciuta come potenza nucleare, e di veder rimosse, almeno in parte, le sanzioni economiche che, da decenni, gravano sul Paese.

Se fossimo all’interno della sceneggiatura di un film, ci troveremmo di fronte alla tipica scena di un “mexican standoff”, con tutti i protagonisti in stallo, armati e che si tengono reciprocamente sotto tiro. Purtroppo, però, non siamo in un film. Un primo colpo, anche per sbaglio, potrebbe partire da uno degli attori e il gioco, alla fine, potrebbe sfuggire di mano a tutti.

Edoardo Quiriconi

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