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Kiwi (o della globalizzazione del cibo)
Cinese?
Ma perché cinese se quello strano frutto arrivava sulle nostre tavole dalla Nuova Zelanda, come d’altra parte suggeriva il nome?
 
Anni Settanta del trascorso Novecento, direi, ed ecco apparire in Italia il kiwi.
Buono?
Cattivo?
A mio padre non interessava scoprirlo.
“Quando ero piccolo io”, aveva sentenziato la prima volta rifiutando anche solo di assaggiarlo, “non c’era e quindi non lo mangerò!”
La vecchia generazione, mi dissi nell’occasione e adesso che sono io ad avanzare nella benedetta terza età mi chiedo se non avesse ragione.
Abbiamo accettato il kiwi, gli altri frutti esotici, la cucina cinese, quella giapponese col pesce crudo, i McDonald…
E siamo pronti, per una davvero sana alimentazione, a ingoiare i vermi e gli insetti che i nutrizionisti ci dipingono come proteici e (per carità, come dubitarne?) tanto, tanto nutrienti.
La verità – non posso fare a meno di pensarlo – è che si stava meglio quando, come diceva Franco Califano, le partite di calcio si giocavano tutte alla stessa ora la domenica pomeriggio e per vederle bisognava andare allo stadio così come per sentirle occorreva per forza e solo ascoltare la radio.
Quando in piazza di Spagna non c’era il McDonald (e come non ricordare l’impatto mediatico che ebbe l’apertura proprio in quel sancta sanctorum di un ‘localaccio’ del genere, lo scandalo suscitato?)
Quando a Roma si mangiava romano e a Milano milanese e non esistevano neppure le ‘tavole calde’.
E in verità che quel mondo fosse migliore è documentato.
La nostra è la prima generazione che può dimostrare che la frase ricorrente nella bocca degli anziani – “Quando ero giovane io si stava, si viveva meglio” – corrisponde al vero.
Lo si vede nelle fotografie, nei documentari, nei film della ‘Commedia all’italiana’ anni Cinquanta…
Basta guardare le strade senza automobili di ‘Poveri ma belli’, no?
E quanto al cibo, non era forse semplicemente strepitoso sedersi a tavola e farsi due spaghetti al sugo (o un risotto) seguiti da una bella braciola (o da una cotoletta) bevendo del buon vino piuttosto che ingoiare di corsa un hamburger accompagnato quando va bene da una coca cola?
La globalizzazione – e che brutta parola! – del cibo, allora?
Certo, la critico e mi viene naturale farlo.
Ma come sarebbe il mondo se un po’ tutto non si globalizzasse? 
Non si fosse globalizzato?
Se gli alimenti più esotici non arrivassero?
Di più e peggio: se non fossero arrivati?
Che vita sarebbe se non potessimo mettere sul desco le patate, il mais, i tacchini, i pomodori, per dire?
Tutte quelle squisite cibarie che prima della scoperta dell’America il Vecchio Continente non conosceva?
Un disastro, vero?
E allora tocca ingoiarla – è l’espressione corretta nel caso – questa globalizzazione del cibo.
Tocca ingoiarla peraltro difendendosi.
In trincea ma senza armi d’offesa.
 
E se poi, incredibilmente, le cavallette fritte fossero buone come, che so, le patate che i nostri lontani antenati non conoscevano ed avranno certamente accolto con molte resistenze e storcendo la bocca?
Mauro della Porta Raffo
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