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Jorge Eliécer Gaitan e il portafoglio di Fidel Castro

Liberale?

Per quanto venga costantemente in cotal modo indicato, non certamente nel senso che in Europa veniva e viene dato a questa definizione.

Rivoluzionario?

Certamente e in qualche modo antesignano delle rivoluzioni che infiammeranno, prima fra tutte quella Castrista a Cuba, l’intero mondo Latino Americano nei due decenni successivi alla di lui dipartita.

Fascista?

Per non pochi atteggiamenti e determinazioni.

E non aveva forse voluto studiare a Roma abbeverandosi alla fonte mussoliniana imitandone dipoi in patria perfino il modo di parlare, di arringare le folle nonché di organizzare i propri seguaci?

Populista?

Ovviamente, di quel populismo estremista – di sinistra? di destra? chissà? – che serpeggiava ovunque di politica si parlasse a quei tempi nel predetto continente/mondo.

Jorge Eliécer Gaitan, nato a Bogotà, in Colombia, il 23 gennaio 1903, era tutto questo e molto di più.

Agitatore fin dalla giovinezza, sindaco della capitale del suo Paese, ministro, vice presidente, sempre pronto a dimettersi e ad organizzare l’opposizione radicalmente contestando anche coloro che fino ad un attimo prima gli erano vicini e compagni, aveva fatto suo il motto mussoliniano “Se avanzo seguitemi. Se indietreggio uccidetemi. Se muoio vendicatemi” e così, quanto alla terza determinazione, in effetti, accadde.

Correva il 9 aprile 1948 – “Aprile è il più crudele dei mesi”, aveva giustamente vergato Thomas Stearns Eliot in ‘Terra desolata’ – allorquando il giovane Juan Roa Sierra (per quanto sull’identificazione dell’omicida non vi sia certezza) lo assassinò venendo immediatamente giustiziato dai presenti e successivamente crocefisso dal popolo.

Subito, un precipitare di sommosse, scioperi, proteste, disordini e repressioni definito dagli storici ‘Bogotazo.

(Derivazione, visto che il tutto originava da Bogotà, del vocabolo ‘quartelazo’ con il quale si intende, si rappresenta una sollevazione militare che riguarda un singolo reparto e che non può conseguentemente essere definita propriamente ‘golpe’).

Dipoi, per un intero decennio, ‘La violencia’: scontri civili senza tregua tra sostenitori del suo Partito Liberale e del contrapposto Partito Conservatore.

E’ quindi solo nel 1958 che si arriva (del tutto? davvero? definitivamente?) alla pacificazione.

Antiche vicende, quelle qui narrate?

Quale mai interesse possono avere per i media Gaitan, la Colombia, perfino l’intero continente Latino Americano, e mi strappo i capelli quando in merito rifletto.

Unica eccezione, in quel coacervo, la Rivoluzione Cubana.

Ebbene, è proprio in quel maledetto 9 aprile che Fidel Castro, giovane studente universitario, è a Bogotà!

Di seguito, nei modi che mi sono propri (lo scritto è ricompreso nel mio ‘Il continente della speranza? Storia e storie dell’America Latina’), quanto con riferimento, ebbe a dichiarare l’autocrate cubano – vero ‘uomo forte’ classicamente di destra incredibilmente spacciato per comunista – in una famosa intervista:

 

Il portafoglio di Fidel Castro

Al di là e al di sopra degli ideali e delle ideologie, molto spesso, gli atteggiamenti dei grandi uomini sono determinati da episodi ‘minori’, a volte persino insignificanti se non per la persona direttamente coinvolta, che, però, ne ‘costruiscono’ il carattere.

Si pensi, per esempio, al giovane Fidel Castro che, ai primi di aprile del 1948, leader studentesco della sua Cuba, guida in Colombia una delegazione di universitari ad un congresso di studenti latinoamericani che si riunisce a Bogotà.

La sua posizione intellettuale e politica è decisamente antiimperialista ed antistatunitense ma molto più in senso peronista, nazionalista e populista che comunista.

Castro è appena arrivato, che il 9 aprile viene assassinato il locale, famosissimo esponente liberale Jorge Eliécer Gaitàn.

Segue, immediata, l’insurrezione!

Fidel, dopo aver invano cercato di far unire ai rivoluzionari la polizia (che, pur favorevole, resta in caserma), radunato un gruppo di facinorosi, monta su un autobus per andare ad occupare l’emittente radiofonica nazionale.

Ecco, al riguardo, cosa racconterà anni dopo:

“Salgo sull’autobus e mentre salgo mi rubano il portafoglio. 

Quando arrivai in Colombia mi dissero: ‘Attento che non te ne andrai dalla Colombia senza essere derubato’.

Ciò che non avrei mai potuto immaginare è che in mezzo ad una sparatoria, mentre salgo su un autobus per andare alla radio, mi rubassero il portafoglio dove mi rimanevano pochi soldi…

E se lo racconto è perché sappiate che dopo aver arringato l’esercito, mentre prendo l’autobus, mi rubano il portafoglio, così che tra quelli che ci appoggiavano c’erano anche i borsaioli”.

Come ricorda Incisa di Camerana nel suo ‘I caudillos’, Castro, infuriato per quanto accaduto, invece di prendere d’assalto la radio colombiana, entrò in un bar e ordinò un caffè che non potette pagare.

Da qui la profonda ripugnanza del futuro ‘lider maximo’ per i moti di piazza e le insurrezioni popolari e la sua convinzione che le folle non accettano capi.

Non il popolo, quindi, ma l’elite borghese, intellettuale e studentesca dovrà essere protagonista del cambiamento: il capo sarà così designato da una minoranza eroica.

Dal popolarismo all’elitarismo in un minuto!

Mauro della Porta Raffo

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