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Il governo cinese vuole ridurre il proprio debito pubblico. E per farlo non esita a colpire i giganti privati del “made in China”

Dopo essere diventata in modo stabile la seconda potenza economica mondiale, in rampa di lancio, secondo diversi osservatori internazionali, per effettuare uno storico sorpasso sugli Stati Uniti, la Cina, e in particolare il suo apparato governativo, mirano adesso alla stabilità e alla riduzione del debito pubblico nazionale.
Il Presidente Xi Jinping, la cui presa sul potere in patria non è mai stata salda come in questi ultimi sei mesi, ha ribadito in più occasioni come, dopo aver compiuto una miracolosa rincorsa sui Paesi economicamente avanzati durata circa quarant’anni, la Cina debba ora stabilizzarsi ed entrare in una fase economica “matura”, nella quale, più che ai numeri in “doppia cifra” del PIL, si debba prestare attenzione alla qualità della vita dei cittadini, alla qualità della manodopera dei prodotti “made in China”, nonché delle infrastrutture e, non ultima per importanza, alla stabilità del Paese come partner internazionale sicuro e affidabile.
Quest’ultimo obiettivo, secondo il Presidente – e come più volte ribadito anche dal Primo Ministro Li Keqiang – passa, appunto, da una programmata riduzione del debito pubblico del “dragone”.
A tal proposito, negli ultimi mesi, il Partito Comunista Cinese, tramite i propri funzionari e le proprie agenzie amministrative territoriali, ha fatto pervenire, ai colossi nazionali del trading, una serie di messaggi subliminali che suonano, più o meno, così: sbrigatevi e mettete ordine ai vostri bilanci, o vi saranno spiacevoli conseguenze.
Emblematico, in tal senso, è il caso di Anbang Insurance Group, un colosso del trading internazionale e del settore assicurativo, salito agli onori delle cronache, in Cina, per aver effettuato acquisizioni eccellenti all’estero – fra le quali, “gioiello della corona”, lo storico albergo Waldorf Astoria di New York – spendendo diversi miliardi di dollari.
Ebbene, nello scorso mese di febbraio il governo cinese, a seguito di un comunicato dai toni infuocati, nel quale ribadiva l’obbligo, per gli operatori privati nazionali, di operare nel rispetto del “capitalismo con caratteristiche cinesi”, ha provveduto a nazionalizzare e a prendere il controllo proprio di Anbang Insurance Group, fortemente indebitata a seguito delle operazioni effettuate all’estero.
Questa mossa del governo di Pechino, apparentemente, va in controtendenza con quanto propugnato negli ultimi quarant’anni (ovvero da quando Deng Xiaoping avviò la stagione delle riforme e del graduale passaggio a un’economia di mercato), con le grandi multinazionali cinesi incentivate a investire all’estero, in modo da diffondere la ricchezza e l’influenza del Paese al di fuori dei suoi confini. In sostanza, una colossale operazione di “nation marketing”, come tante volte se ne sono effettuate nel corso della storia.
Il vento, però, pare essere definitivamente cambiato sotto la leadership di Xi Jinping, con il governo cinese intenzionato a serrare le maglie degli sprechi, sia pubblici che privati, preoccupato che le spese folli dei colossi nazionali – finanziate a debito – possano, in qualche modo, limitare la crescita del Paese.
In tutto questo, la preoccupazione maggiore del politburo è che la leggerezza, ai limiti della temerarietà, con la quale le grandi compagnie cinesi hanno contratto debiti miliardari negli ultimi due decenni, finisca, un giorno, per pesare sul sistema finanziario nazionale. Un “lusso” che Pechino, al netto della sua miracolosa crescita economica e della sua classe media di circa 350 milioni di persone, non può assolutamente permettersi.
L’azione intrapresa contro Anbang è stata mossa dal malcelato obiettivo di far capire alle grandi multinazionali, alle banche e agli altri pilastri dell’economia nazionale che il Presidente Xi Jinping si è dato, e ha dato al Paese, la missione di conseguire la piena stabilità finanziaria dopo i decenni di crescita “drogata”, e che, a tal proposito, fa tremendamente sul serio, soprattutto quando parla di mettere un freno alla propensione cinese di contrarre debito.
Per mettere le cose ulteriormente in chiaro, e far sì che le misure intraprese contro gli enti collettivi non rimanessero lettera morta agli occhi dei capitani d’industria cinesi, il governo ha fatto incriminare Wu Xiaohui, il potente e politicamente ben introdotto ex presidente di Anbang, per aver raccolto fondi in modo illegale e fraudolento ed essersi fatto intestare alcuni asset patrimoniali della holding.
La finalità ultima di Pechino di ridurre in modo imponente il proprio debito pubblico, e la lotta senza quartiere financo ai colossi nazionali per perseguirla, per quanto rientrante nella piena legittimità della sua politica interna, rischia, però, di non aver tenuto sufficientemente conto delle potenziali ricadute di politica estera.
Muovendosi in modo così pubblico e aggressivo, infatti, il governo cinese rischia – magari in modo consapevole e senza darvi troppa importanza – di dare adito alle tante voci che circolano negli ambienti governativi occidentali, stando alle quali vi sarebbe un circolo vizioso di interconnessione fra lo stesso governo e le grandi imprese cinesi.
Un circolo vizioso fatto di intricati intrecci finanziari fra il mondo affaristico e quello politico, con quest’ultimo sempre pronto, per decenni, a dare supporto alle grandi multinazionali cinesi per favorirne le acquisizioni all’estero e, di conseguenza, avere voce in capitolo, anche indirettamente, nella vita politica ed economica dei Paesi occidentali.
Una prassi, quest’ultima, alla quale, secondo il parere di svariate agenzie governative europee e americane, Pechino starebbe ora mettendo un freno solo e soltanto in quanto preoccupata di un’eventuale ricaduta sulla stabilità finanziaria del Paese, dopo aver prestato, di fatto a fondo perduto, centinaia di miliardi di dollari alle proprie maggiori imprese affinché si espandessero al di fuori dei confini nazionali.
Le preoccupazioni del governo cinese riguardo all’indebitamento sistemico, sia pubblico che privato, peraltro, non sono ingiustificate: durante gli anni della crescita economica “in doppia cifra” del PIL, il Paese, per alimentare la fiamma di un’espansione apparentemente senza limiti, ha accumulato diverse centinaia di miliardi di dollari di debiti, arrivando a un livello di esposizione debitoria comparabile a quello degli Stati Uniti.
La mannaia governativa alle spese pazze delle multinazionali sta colpendo anche il nuovo, popolare passatempo dei noveaux riches cinesi: il calcio.
Dopo un lustro durante il quale i nuovi “padroni” dell’economia nazionale si sono dati battaglia per portare, a suon di contratti multimilionari, i migliori ex-calciatori europei e sudamericani nella neonata (e scadente) Chinese Super League, anche qui è intervenuto il governo centrale, che ha posto dei “paletti” ferrei all’acquisizione di giocatori dall’estero. Anche in questo caso, infatti, l’indebitamento delle società calcistiche cinesi stava diventando, agli occhi del politburo, ogni giorno sempre maggiore e ingestibile.
Una prova di questo irrigidimento si è avuta proprio nei giorni scorsi, quando l’ex campione del FC Barcellona, Andrés Iniesta, oramai trentaquatrenne e in procinto di sottoscrivere un ricchissimo contratto triennale con la squadra cinese del Chongqing Lifan, ha improvvisamente cambiato idea, scegliendo di legarsi alla società giapponese Vissel Kobe, dove terminerà la sua carriera.
Ebbene, non pochi osservatori, in Cina, hanno sottolineato come, dietro il repentino cambio d’idea dell’asso catalano, vi possa essere stato, in realtà, un veto al tesseramento da parte del governo cinese, stufo di assistere allo “spettacolo” allestito dalle società calcistiche nazionali, nel riversare milioni di dollari ad anziani e logori campioni stranieri.
Secondo il parere di autorevoli sinologi come Kai Vogelsang (autore dello splendido “Cina. Una storia millenaria”, in Italia edito da Einaudi), peraltro, Anbang Insurance Group non sarebbe l’unico colosso nazionale finito sotto la lente d’ingrandimento governativa. Nella lista delle multinazionali “a rischio”, infatti, vi sarebbero anche Dalian Wanda Group (gigante del real estate con forti interessi a investire nel business del calcio europeo), Fosun International (società di trading e assicurazioni) e HNA Group (operatore leader nazionale nel campo della logistica).
I media cinesi, tradizionalmente legati a doppio filo con l’apparato governativo, hanno definito queste enormi multinazionali dei “rinoceronti grigi”, con ciò intendendo che esse vengono colpevolmente ignorate fintanto che non iniziano a muoversi causando, inevitabilmente, problemi. La metafora è assai chiara: se una di queste società crolla, si porta dietro interessi – e risorse – ben più grandi e non solo suoi.
Nello scorso febbraio, pochi giorni dopo la decisione governativa di assumere il controllo di Anbang Insurance Group, il “South China Morning Post”, quotidiano di orientamento nazionalista con sede a Hong Kong, pubblicava un editoriale dallo sprezzante titolo “Goodbye Anbang”, rimbalzato immediatamente sui siti internet finanziari e sui social media cinesi. Nel lungo articolo veniva ripercorsa la storia sociale e finanziaria di Anbang Insurance Group, definita come un esempio calzante di ciò che la “corporate China” rischia di diventare. Nata nel 2004 come piccola compagnia assicuratrice di automobili, Anbang si sarebbe avvalsa di debiti contratti a basso tasso e di spregiudicate operazioni di ingegneria finanziaria per costruire le proprie fortune e diventare un colosso nel giro di pochi anni. Citando l’editoriale: “Il più grande problema, qui, non è il perseguimento di profitti sui mercati finanziari, ma come Anbang sia riuscita a impinguare le sue casse tutto d’improvviso. Questo non è giocare secondo le regole del mercato: è una truffa che alimenta una ricchezza ingiustificata”.
La situazione che si delinea da questo intricato scenario di intrecci fra politica e finanza in Cina è abbastanza chiara: dopo quattro, lunghi decenni di gioco e di crescita “fuori dalle regole”, di “liberi tutti”, il politburo pretende, ora, la piena stabilità economica e finanziaria.
Il mondo è radicalmente cambiato, si è entrati nell’era della globalizzazione a tutti i costi, e la Cina, che ha pesantemente investito in Paesi stranieri, non può permettersi di essere considerata come un partner inaffidabile e di tollerare situazioni come quella che sta scuotendo, nel nostro Paese, l’A.C. Milan, di proprietà di un uomo d’affari cinese (tal Li Yonghong), e che rischia pesanti sanzioni dagli organi calcistici europei per via dell’opacità e della poca chiarezza che circonda la nuova struttura societaria.
In un mondo nel quale la Repubblica Popolare vuole assumere un ruolo almeno paritetico a quello degli Stati Uniti, situazioni del genere rappresentano un danno d’immagine alla “corporate China” che il Partito Comunista non è più disposto a tollerare: la salute finanziaria delle multinazionali cinesi, in patria come all’estero, è la salute della Cina stessa.
L’impressione, sempre più forte con il trascorrere dei mesi e degli eventi, è che il caso di Anbang Insurance Group voglia essere un messaggio di avviso ai naviganti: è stato punito un attore della vita economica cinese, magari nemmeno il “peggiore”, per educarne cento.

Edoardo Quiriconi