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No, non c’è un film della vita, per me.

Forse un cinema.

Quel cinema Cristallo che stava davanti a casa mia, e che conoscevo nei suoi segreti: la stanza da cui proiettavano un fascio di luce che fendeva il buio fumoso della sala, i camerini dove si spogliavano le ragazze della rivista, il palco dove troneggiava – biglietto unico – il televisore che ci faceva scommettere su Marianini e ammirare la Bolognesi, ‘Lascia o Raddoppia’ in prima fila, e poi un film a testa all’insù.

C’erano molte pellicole che mi piacevano, e in genere erano di guerra, e non capivo le amiche di mia madre che sostenevano di aver visto un film bellissimo, se avevano dovuto stringere il fazzoletto in mano.

I miei erano ricchi di bombe di profondità, di giapponesi cattivi, e di americani spavaldi, che qualche volta interrompevano una scazzottata per ballare tutti quanti, era quello il difetto dei musical.

Oppure western le cui scene fatali imitavamo tra il primo e il secondo tempo, e nell’intervallo tra il primo film e il secondo.

Mi piaceva il contorno, l’odore del cinema, il venditore di caramelle, la maschera, i seggiolini di legno cigolante, i cartelloni, la voce dei provini, e perfino la ‘Settimana Incom’, piena di inaugurazioni.

In quel cinema ho imparato quasi tutto, il sesso e le domande esistenziali: era un buco della serratura, nell’angolo del piazzale, da cui spiare il mondo, pieno più di promesse che di minacce.

A volte mi piace pensare che una pellicola sì mi cambiò la vita.

Era ‘L’arpa birmana’, una storia di poche parole e molta poetica desolazione, nella quale un monaco vagava sui campi di battaglia componendo i corpi straziati e consolando i feriti.

Fu il primo film in cui l’eroe non fosse un guerriero, e in cui apprezzassi il silenzio più che gli spari.

Altre volte cito a me stesso ‘Rashomon’ come un annuncio di quella che sarebbe stata la mia vita professionale: smontare un cronaca, e la verità si spezza in tanti racconti diversi dello stesso fatto.

Qualche volta indugio sui film che sono venuti dopo, quelli che sembravano confortare l’ansia arrogante di cambiare il mondo, raccontassero la battaglia d’Algeri o le prodezze di un metalmeccanico, avessero le smorfie piccolo borghesi di Sordi o il ghigno proletario di Tepepa.

Scarto invece i tempi del cineforum, e quei dibattiti mortali su quello che il regista aveva voluto dirci con i suoi silenzi, e quegli imbarazzi dei silenzi nostri.

Mi hanno sempre segnato di più i film con una storia, e basta, in cui il regista non manda a dire nulla, non lo cela, lo dice e basta.

Alcuni mi sono serviti a capire la realtà, o mi hanno aiutato a descriverla.

Ho raccontato Fabrizio Quattrocchi, l’italiano che mori in Iraq nel modo che sappiamo, come un Sordi o un Gasmann de ‘La Grande Guerra’, eroi piccoli e scalcinati, capaci di una prodezza finale, dopo vite di sopravvivenza.

Confesso di aver sempre amato i film di carcere, e meglio ancora se con un’evasione.

Dopo ‘Papillon’, mi sono tatuato una piccola farfalla sul braccio, ed è ancora lì.

Allora, forse, è stato quel film di fuga che mi lasciato, alla lettera, un segno sulla pelle.

Toni Capuozzo

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