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Il casinò di Campione

Siamo nel 1915.
Pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia con l’Austria-Ungheria, e precisamente il 27 settembre, l’incrociatore “Bendetto Brin”, ancorato a Brindisi saltò in pezzi all’improvviso con una terrificante esplosione. Erano le otto del mattino e, a quell’ora, quasi tutto l’equipaggio era a bordo. Le perdite furono altissime. Morirono 456 uomini di equipaggio tra cui l’Amm. Com.te della Divisione Natale Emanuele Rubini di Cervia ed il Comandante della nave, Cap. Vasc. Fara Forni. Sopravvissero alla tragedia soltanto 9 ufficiali e 473 marinai.
Nel porto di Genova si verificò un vasto incendio che provocò danni ingentissimi; nel febbraio del 1916 una esplosione distrusse il dinamitificio di Congrò in provincia di Genova e poco tempo dopo fu la volta di un hangar per dirigibili della Regia Marina nei pressi di Ancona.
Successivamente si ebbe la distruzione per esplosione di un carro ferroviario carico di proiettili navali facente parte di un convoglio di munizioni giunto al molo Pagliari di La Spezia per il rifornimento delle unità navali ivi dislocate. Morirono 265 persone tra civili e militari. Un ulteriore episodio di sabotaggio si ebbe alla polveriera di Vallegrande presso La Spezia dove esplose un vagone contenente 500 granate cariche.
Seguirono poi la distruzione di alcune centrali elettriche, l’incendio del magazzino viveri nel porto di Napoli ed il tentativo di distruzione della Centrale Idroelettrica delle Marmore Alte che avrebbe potuto paralizzare la vita della vicina acciaieria di Terni e della locale Fabbrica d’Armi.
Fu chiaro a quel punto che non si trattava di sabotaggio occasionale, ma che gli Austriaci dovevano avere costituito in Italia una vasta e capillare organizzazione capace di colpire nei punti più disparati senza mai lasciare traccia. In occasione poi dell’attentato alla Centrale Idroelettrica delle Marmore Alte era stato arrestato in flagranza di reato tale Giuseppe Carese che, nel corso degli interrogatori, rivelò l’ampio programma che doveva svolgersi, ai danni dell’Italia, sulla base della pianificazione operativa messa in atto dall’ Intelligence Austro-Ungarica.
Era l’ulteriore e definitiva conferma che il servizio di informazioni austro-ungarico era in piena attività e con un livello di efficienza altissimo.
La nascita del Servizio di informazioni austro-ungarico (Evidenzbureau) risaliva agli inizi del 1800 e nel corso del secolo, anche per l’importanza economica e politica assunta dalla Duplice Monarchia, l’Evidenzbureau ampliò i suoi poteri divenendo una potente arma che contribuiva efficacemente al mantenimento dell’ordine e della sicurezza nel plurietnico impero.
Quando, ai primi mesi del 1915, fu chiaro che l’Italia a breve scadenza avrebbe dichiarato guerra all’Austria, l’Evidenzabureau intensificò in maniera massiccia l’attività informativa ai danni dell’Italia, in ciò coadiuvata anche dai Consolati Austriaci di Venezia, Napoli e Milano. Nell’imminenza dell’inizio delle ostilità, l’Evidenzbureau potenzio anche tutte le sue posizioni periferiche e trasferì in Svizzera, a Zurigo, presso il locale Consolato Austro-Ungarico, la “sezione sabotaggio” dell’Evidenzbureau-marina che prima era dislocata a Trieste sotto la denominazione di copertura di “Ufficio di descrizione costiera”, affidandone la direzione al Cap. Freg. Rudolph Mayer, ufficiale della Imperiale Regia Marina austro-ungarica, nonché uno dei migliori assi dello spionaggio. Mayer assunse ufficialmente, quale copertura, la carica di Vice Console dedicandosi alla organizzazione del sabotaggio delle navi e delle installazioni portuali italiane.
Appena giunto a Zurigo, il Cap. Mayer cominciò a rivolgere la sua attenzione alle attività e alle condizioni degli italiani ivi residenti, che erano soliti riunirsi in alcuni locali prossimi alla stazione ferroviaria e alla caserma presidiaria. Proprio in uno di quei locali, il Caffè Pilatus, venne assoldato l’avv. Livio Bini, di Firenze, che si dichiarava socialista ma che in realtà si era trasferito in Svizzera prima della guerra per evitare di dover espiare una pena di alcuni anni di detenzione in quanto condannato per bancarotta fraudolenta. L’avv. Bini fu acquisito come informatore dell’organizzazione del Cap. Mayer con un compenso mensile di lire 500.
Oltre alla raccolta di informazioni, il centro intelligence austro-ungarico del Cap. Mayer ideava e pianificava, secondo i compiti istituzionali dell’Evidenzbureau, attentati e sabotaggi da perpetrare contro obiettivi militari e civili dislocati in territorio italiano, facendo ricorso a più moderni ritrovati e congegni della tecnica degli esplosivi, accuratamente predisposti in base alle azioni da compiere.
Il Servizio Informazioni Italiano, allo scoppio del conflitto risultava, nelle sue diverse componenti, assai carente, sia sotto l’aspetto strutturale che funzionale. Mentre il Servizio Ausrtro-Ungarico poteva vantare una esperienza plurisecolare, quello italiano era infatti allo stato embrionale e risultava sostenuto più dallo spirito patriottico di qualche ufficiale particolarmente sensibile alle esigenze di carattere informativo che da una efficiente organizzazione centrale e periferica, tanto che un autorevole uomo politico del tempo lo definì addirittura “dilettantistico”.
Il Servizio Italiano fu quindi ristrutturato e potenziato nel breve volgere di qualche mese, sotto l’incalzare degli avvenimenti, con le conseguenze che tutti possono immaginare. Esso tuttavia ebbe un alleato potentissimo nell’irredentismo, che manteneva viva la fiamma dell’italianità in quei nostri fratelli staccati dalla Madrepatria.
Tantochè triestini, fiumani e dalmati si misero a disposizione, rischiando beni, libertà personale, famiglia e la loro stessa vita per aiutare quella guerra di redenzione da loro tanto appassionatamente invocata.
Il Servizio Informazione della Regia Marina aveva nel frattempo localizzato a Zurigo la Centrale spionistica austro-ungarica, ma non disponeva nella Confederazione Elvetica di alcun organo del suo servizio informazioni. Due volontari di guerra di origine triestina, il Ten. Ugo Cappelletti ed il Ten. Salvatore Bonnes, entrambi ingegneri e perfetti conoscitori del tedesco, si offrirono per costruire in Svizzera un distaccamento operativo del Servizio Informazioni della Marina, quale premessa indispensabile per dar corso ad una successiva operazione di controspionaggio nei confronti del Consolato Austro-Ungarico.
Lo Stato Maggiore della Marina, accettata la proposta, conferì al Ten. Cappelletti la nomina di Vice Console a Zurigo ed al Ten. Bonnes quella di Addetto Commerciale alla Legazione Italiana di Berna, quali incarichi ufficiali di copertura.
Giunti sul posto, i due ufficiali individuarono, con assoluta certezza, l’ubicazione dell’edificio in cui il Cap. Mayer aveva la sua centrale di spionaggio tramite l’avv. Livio Bini, che, nel frattempo, facendo la spola con Firenze, era stato ivi arrestato per i suoi trascorsi giudiziari e si era offerto di collaborare pur di non essere sottoposto a ulteriore giudizio.
Il capo del Servizio di Controspionaggio della Marina, in seguito alle informazioni fornite dai due ufficiali, decise di aprire una sezione staccata del suoi ufficio a Berna, affidandone la direzione al Cap.Corv. barone Pompeo Aloisi allo scopo di distruggere la centrale operativa dell’Evidenzbureau di Zurigo.
Nel frattempo però il Cap. Mayer mobilitava i suoi collaboratori per colpire un nuovo ed importante obiettivo militare: la corazzata “Leonardo da Vinci” all’ancora nel porto di Taranto. Questa moderna unità, che con le gemelle “Conte di Cavour” e “Giulio Cesare” costituivano il nerbo della nostra flotta, dislocava, a pieno carico, circa 24.677 tonnellate. La sua lunghezza era di 176 metri, con una larghezza di 28 metri; l’armamento era costituito da 13 cannoni da 305/47 in tre torri trinate e due binate, più 8 pezzi da 120/50 e 14 da 76/50, come armamento antisilurante.
I sabotatori introdussero a bordo di questa nave alcune bombe ad orologeria, nascondendole nelle ceste del vitto per l’equipaggio. Queste bombe furono sistemate nel deposito munizioni di poppa, dove si trovavano le cariche per i sovrastanti cannoni da 305. La notte del 2 agosto 1916 , poco prima delle ore 23,00, la nave, mentre era al suo posto di ormeggio nel Mar Piccolo, fu scossa da un rombo forte ed improvviso, dopo di ché si vide salire del fumo dai boccaporti conducenti alla Santa Barbara dove, proprio in quel giorno, era stato sistemato il previsto munizionamento.
Il comandante della nave diede immediatamente l’ordine di allagare i locali, ma il fumo non permise di scendere da basso, mentre si cominciavano ad intravedere i bagliori dell’incendio. Alle 23,40 una esplosione più forte delle altre spezzò la carena in due e fece capovolgere la corazzata in soli 5 minuti. Nel disastro perirono 21 ufficiali, 42 sottufficiali e 186 marinai, mentre altri 80 uomini rimasero gravemente feriti. Il Comandante Sommi Picenardi morì due giorni dopo per le gravi ferite riportate.
A seguito dell’ultimo successo, il Cap Freg. Mayer fu promosso Capitano di Vascello ed ottenne il permesso di trasferire gli uffici di Zurigo in un fittizio Dipartimento del Consolato Generale austro ungarico al secondo piano di un edificio sito tra la Seidengasse e la Bahnhofstrasse, con due entrate dalle quali si accedeva, attraverso un cortile interno, alle scale che portavano agli uffici. In questa sede, gli uomini del Cap. Mayer cominciarono a studiare la possibilità di nuovi sabotaggi, attentati dinamitardi alla Banca d’Italia e alla Camera dei Deputati e inoltre alle corazzate “Giulio Cesare” e “Conte di Cavour”.
L’affondamento della “Leonardo da Vinci”, anche se non avvenne secondo le modalità studiate a tavolino volte a bloccare addirittura il porto di Taranto, costituì un gravissimo colpo per la Marina Italiana e, psicologicamente, le conseguenze del nuovo disastro furono incalcolabili: questa volta, la voce pubblica attribuì subito la perdita della nave a sabotaggio dello spionaggio nemico.
A seguito di questo gravissimo evento il Com. Aloisi propose un piano che, anche se considerato pazzesco, venne approvato dal Capo di Stato Maggiore della Marina. Esso prevedeva la penetrazione nei locali del Consolato Austro Ungarico a Zurigo, il forzamento della cassaforte e l’appropriazione dei documenti in essa contenuti.
Per realizzare questo piano era indispensabile avere a disposizione oltre a uomini possibilmente preparati, una sede dalla quale poter entrare in territorio elvetico, ma soprattutto uscirne senza insospettire la polizia svizzera.
In questo periodo, la Confederazione Elvetica era gremita di agenti dei servizi di informazione delle varie nazioni in conflitto fra loro e le autorità cantonali, pur svolgendo rigorosi controlli sia all’interno del paese che alle frontiere per far rispettare la neutralità, non potevano del tutto impedire che gli agenti dello spionaggio internazionale svolgessero la loro attività. Non va dimenticato inoltre che per molteplici motivi l’ambiente, soprattutto quello militare, della Confederazione non era particolarmente favorevole all’Italia.
Fu così che, per quanto possa oggi forse sembrare incredibile, per iniziativa del controspionaggio della Marina Italiana, diretto dal suo responsabile Marino Laureati, si giunse alla fondazione e all’apertura, all’inizio del 1917 di una casa da gioco (più modesta di quella attuale) a Campione d’Italia. Camuffati da giocatori e croupier, gli agenti della Marina poterono organizzare uno dei più straordinari colpi della guerra segreta combattuta dai servizi di informazione che passò alla storia come “Operazione Zurigo”.
Per la realizzazione del piano concepito da Pompeo Aloisi e pianificato da Marino Laureati occorreva innanzitutto un valido “scassinatore”. Per la sua scelta venne incaricato il Questore di Milano che reperì nelle patrie galere un certo Natale Papini, un livornese abilissimo scassinatore di casseforti che aveva dato molto filo da torcere ai Commissariati di Polizia di mezza Italia e che accettò, riluttante, i rischi di una missione di guerra in cambio di una grossa ricompensa.
Gli venne affiancato un operaio della ditta Stigler, il profugo istriano Remigio Bronzin che accettò l’incarico solo in cambio di una ricompensa al valor militare (che poi non gli venne mai consegnata). Il terzo componente era l’avvocato Bini, già al soldo del nemico ma che per evitare nuovi guai giudiziari si dimostrò disposto a fare il “doppiogiochista”. Comandava il gruppo il sottufficiale della Marina Stenos Tanzini, un lodigiano arruolato giovanissimo come specialista torpediniere le cui spiccate qualità personali lo avevano fatto trasferire, nel 1913, nel Servizio Segreto.
Il 20 gennaio 1917 Bronzin, giunto a Zurigo, ebbe in consegna l’occorrente per realizzare chiavi false nonché una fiamma ossidrica per aprire la cassaforte del Cap. Mayer. Nella stessa giornata gli fu presentato l’avv. Bini che in serata lo accompagnò ad effettuare una prima ricognizione esterna delle sede del Consolato Austro Ungarico.
Nei giorni successivi con l’aiuto dell’avv. Bini, Bronzin riuscì a prendere le impronte in cera delle serrature di tutte le porte che si susseguivano per raggiungere lo studio del Cap. Mayer ed a realizzare le relative chiavi.
Si trattava a questo punto di decidere la data per l’azione. Il Com. Aloisi scelse la notte del 21-22 febbraio 1917, giovedì grasso.
All’inizio tutto funzionò alla perfezione.
Appena Tanzini fu sicuro che nell’edificio non vi era più nessuno, i quattro uomini, con la prima delle sedici chiavi false di cui disponevano, entrarono rapidamente nel portone dell’ufficio diplomatico. Erano carichi di “bagagli” perché, fra l’altro, portavano due valigioni pesantissimi, pieni di ogni sorta di attrezzi da scassinatore: con loro avevano perfino la bombola per la fiamma ossidrica, con relativi tubi e cannelli, perché lo specialista Papini, dopo aver sentito la descrizione della cassaforte, aveva asserito che non ne garantiva l’apertura con i soli mezzi meccanici.
Rinchiuso il portone alle spalle, i quattro si misero in marcia verso la stanza stabilita, aprendo via via le porte con le chiavi false, senza particolari difficoltà. Ma quando furono al primo piano, nel corridoio che portava al cuore dell’organizzazione Mayer, vi fu una sorpresa. Una porta, che il “doppiogiochista” aveva visto sempre aperta e comunque senza chiave, adesso era invece chiusa e bloccata da una grossa e complicata serratura. Era la 17° porta, un numero che rese nervosi anche uomini di quella tempra .. . Furono provate tutte le chiavi, usati tutti i grimaldelli e Papini mise in atto tutti i trucchi della sua consumata esperienza di scassinatore, ma la serratura non cedeva. Per scardinare la porta, pesante e massiccia, sarebbe stato necessario un lavoro eccessivamente rumoroso, con il rischio di un fallimento prematuro.
Allora, con notevole sangue freddo, Tanzini prese la drastica decisione di tornare indietro, per ritentare quando il “doppiogiochista” avesse procurato l’impronta della chiave anche di quella maledetta diciassettesima porta.
Con tutto il bagaglio, attenti a cancellare ogni traccia del loro passaggio e chiudendo a chiave ogni porta, gli uomini uscirono dal consolato e si dileguarono nelle vie percorse da festose maschere carnevalesche.
Il “doppiogiochista” fu ancora più bravo del solito e già il giorno dopo riuscì a procurare l’impronta dell’ultima chiave. Così, il piccolo gruppo dei nostri servizi segreti riuscì ad entrare nuovamente negli uffici deserti dell’imperial-regio consolato nella notte del 24 febbraio.
Un sabato grasso che rimase memorabile a Zurigo per i veglioni e le follie carnevalesche e che poi divenne memorabile anche nelle cronache dello spionaggio internazionale.
Mentre i tenenti Cappelletti e Bonnes, dalla strada, controllavano la situazione, Papini, lo scassinatore, iniziò alle 21,45 l’attacco alla cassaforte. Dopo quattro interminabili ore, invece dell’una prevista, la cassaforte venne finalmente sventrata e svuotata di ogni suo contenuto che riempì le capaci valigie.
Il Com. Aloisi fu avvisato telefonicamente a Berna con una frase convenzionale: “l’ammalato ha superato la crisi”. La risposta fu “fate le congratulazioni al medico”.
Prima dell’alba il prezioso carico partì verso Berna.
Successivamente, con il primo treno per l’Italia, tutto il carico prese la direzione di Roma, sotto i sigilli del corriere diplomatico e con scorta speciale. Fra tutte le carte trafugate si rinvennero le pratiche personali ed i rapporti degli agenti segreti al servizio dell’organizzazione di Mayer. Vi erano anche le cartelle di tutti i traditori italiani che avevano effettuato o stavano per effettuare sabotaggi più o mero disastrosi nella Penisola.
Ovviamente, venne fatta subito una grossa retata che estinse ogni pericolo di ulteriori attentati e che si concluse con una serie di processi e condanne.
Fra i tanti documenti si trovavano anche i piani di difesa dei porti austriaci sull’Adriatico; di essi si servì, in seguito, Gabriele D’Annunzio per realizzare la cosiddetta “Beffa di Buccari”. Nella cassaforte vi erano anche consistenti averi: 650 sterline oro e 875.000 franchi svizzeri che dovevano servire per le spese correnti degli austro-ungarici. Tale somma, considerata preda di guerra, andò ad arricchire i fondi a disposizione del comandante Laureati. In mezzo a tutto il resto fu trovata anche una busta con dei rari francobolli da collezione e una scatola di latta contenente gioielli femminili. Laureati affermò che la Marina Italiana non poteva considerare preda di guerra quella roba di evidente proprietà privata. Così, francobolli e gioielli furono scrupolosamente conservati in una cassaforte del ministero della Marina con l’etichetta “beni di cittadini nemici da restituire alla fine della guerra”. L’ultimo atto dell’ “operazione Zurigo”, l’unico perlomeno di cui è rimasto un documento, si verificò alcuni anni dopo.
L’ 11 dicembre 1922, a Vienna, due ufficiali della polizia italiana restituirono i francobolli al legittimo proprietario, la spia austriaca Franz Schneider, ex braccio destro del com. Mayer, e consegnarono allo stesso Mayer i gioielli elencati nella ricevuta precedentemente citata, magro recupero dopo un’umiliazione tanto clamorosa. I gioielli erano infatti di sua moglie, frau Frida.
Di tutta questa vicenda, per la sua particolare natura, non furono mai raccolti, né tantomeno conservati, documenti di alcun genere.
Le vicende dell’ “Operazione Zurigo” sono state poi ricostruite nelle sue linee essenziali negli anni ’70. Alcuni croupier e giocatori di quegli ormai assai lontani anni di guerra erano in realtà abili spie al servizio dell’Italia che, attorno ai tavoli da gioco usavano “puntate” in codice per trasmettere messaggi.
Dopo la fine della Grande Guerra, forse anche per aver esaurito il suo compito principale, il primo Casinò di Campione venne chiuso.
Fu poi riaperto, con diversa struttura, funzionalità ed organizzazione, nel 1933.

Giancarlo Nicola

 

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