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Hopper uno e, soprattutto, due. Fil rouge, Wim Wenders

Dennis Hopper?
Regista (‘Easy Rider’, mica noccioline, per dire) e attore.
Americano.

Edward Hopper?
Pittore.
Americano.
Il più grande.
E che nessuno in merito abbia qualcosa da eccepire!

Il fil rouge, oltre all’identico cognome?
Wim Wenders.
Tedesco.

Ecco.
Per cominciare, Dennis ha interpretato nel 1977 uno dei film di maggiore interesse e significato di Wim.
Parlo di ‘L’amico americano’.
(Con lui, Bruno Ganz.
Svizzero, ma lasciamolo nell’ombra: porterebbe troppo lontano).
Pellicola nella quale le immagini ‘sentono’ delle tele di Edward.

Poi: Edward è l’oggetto (il soggetto) di uno scritto, vergato da Wim nel 1996, di incredibile chiarezza e profondità.
‘Fotogrammi del sogno americano’ – questo il titolo – inquadra l’opera di Edward nel contesto storico/sociale/culturale, nel medesimo tempo esaltandone la specifica, direi unica, circoscritta atemporalità.
(Esiste una atemporalità di tal fatta?
Sì!)

Grande, a dir poco, il collegamento wendersiano – le stesse subite difficoltà e incomprensioni – tra Edward e Dashiell Hammett.
Eccezionale l’accostamento dei solitari, stanchi ma non mai disperati protagonisti degli oli del pittore e il solitario, disincantato Continental Op(erator) chandleriano.

E dove soprattutto il regista e attore americano, il pittore anch’egli americano e il regista, nel caso saggista, tedesco si ritrovano se non nella rappresentazione che sulla tela Edward dà di una sala cinematografica in ‘New York Movie’?
Laddove, d’un lato, la ‘maschera’, annoiata, non guarda lo schermo.
Non lo guarda perché conosce quel film a memoria.

E occorrerà, altrove, riflettere in merito alle ‘maschere’ delle quali le nuove generazioni hanno poca o nessuna contezza.

Mauro della Porta Raffo