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Franz Stangl, il boia di Treblinka, e le teorie negazioniste

I militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: “…. la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà […] La gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti”. Primo Levi, I sommersi e i salvati

 

In questo terzo millennio stiamo assistendo ad un preoccupante ritorno di ideologie fasciste e naziste che si sperava fossero definitivamente tramontate dopo l’immane tragedia della seconda guerra mondiale col suo carico di oltre cinquanta milioni di vittime. Sembra che la storia di quella catastrofe e le ragioni che la provocarono vengano lentamente avvolte nell’oblio o reinterpretate in modo distorto ed antistorico. E’ questo il caso delle teorie negazionistiche, sviluppatesi maggiormente verso gli anni ottanta del secolo scorso, intese a sostenere che il genocidio degli ebrei perpetrato dalla Germania nazista in realtà non sia veramente esistito ed in ogni caso non nella misura documentata dagli storici. Sono indicative le dichiarazioni rilasciate il 24.11.2017 a La Zanzara su Radio 24 da parte di Leonardo Cabras, coordinatore toscano di Forza Nuova: “Guardate che ci sono molti ebrei che la pensano in un altro modo. Pensano che c’è un’industria, un business sull’Olocausto e che le camere a gas non sono esistite. Ci sono molti ebrei antisionisti che dicono questo” e prosegue “ Personalmente ho molti dubbi sull’esistenza delle camere a gas. Non ritengo ci fosse la volontà di sterminare il popolo ebraico”.

Nell’immediato dopoguerra l’intellettuale ed ex collaborazionista francese Maurice Bardèche cercò di inficiare la veridicità dell’Olocausto ed in seguito, negli anni cinquanta, un ex deportato politico nel campo di Buchenwald, Paul Rassinier, pubblicò un libro, Le Mensonge d’Ulysse, dove la Shoah veniva definita una “menzogna storica” elaborata dagli Alleati a danno della Germania, e che l’esistenza delle camere a gas non poteva essere considerata indiscutibilmente stabilita. Rassinier, che pure era stato torturato dai nazisti, basava il suo negazionismo sui seguenti punti: i sopravvissuti ai campi di sterminio avevano esagerato nel descrivere le incredibili atrocità viste e sopportate nei lager, il numero delle vittime riportato dagli storici è stato ingigantito, le violenze avvenute nei campi sono da attribuire per la gran parte agli stessi prigionieri. In altre parole la ricca letteratura concentrazionaria era inattendibile ed enfatizzava quanto accaduto ben oltre la realtà dei fatti.

Dopo Rassinier altri autori hanno sostenuto tesi negazioniste ma, per qualche decennio, i loro scritti hanno avuto scarso rilievo sia a livello storico che dei mass-media. Dopo gli anni settanta vi è stato un risveglio ed un nuovo interesse verso il “revisionismo” di fatti già conclamati dovuto sicuramente ad una sempre maggiore distanza temporale dagli anni della guerra e ad un insorgere delle nuove tendenze di destra in tutta Europa. Nel 1978 viene fondato a Torrance, California, l’Institute of Historical Review, che raccoglie i negazionisti di tutto il mondo e ha pubblicato fino al 2002 una rivista con i loro scritti, inoltre organizza riunioni e convegni internazionali sullo stesso tema ed una intensa attività pubblicistica in rete. Recentemente l’attuale direttore dell’Istituto, Mark Weber, ha affermato che “il ricordo dell’Olocausto non è, come dicono i suoi sostenitori, un nobile sforzo motivato da sincera preoccupazione per l’umanità.  Questa martellante campagna è invece una espressione del potere Giudaico-Sionista, ed è volta a favorire gli interessi Giudaico-Sionisti” (1). Nel 1987 il leader del Front National, la destra francese, Jean-Marie Le Pen, in un’intervista radiofonica, aveva dichiarato “Non dico che le camere a gas non siano esistite. Io non le ho viste. Non ho studiato la questione, ma penso che sia solo un dettaglio nella storia della seconda guerra mondiale”.

Nel 2005 Robert Faurisson, docente all’Università di Lione, figura centrale del negazionismo in Europa, affermava in una lettera a Jawad Sharbaf, direttore dell’Istituto di Scienze Politiche dell’Università di Teheran, che “L’impostura dell’Olocausto è la spada e lo scudo dello Stato Ebraico……Essa permette agli ebrei ed ai sionisti di mettere sotto accusa il mondo intero: in primo luogo la Germania del III Reich che avrebbe commesso un crimine abominevole e senza precedenti, poi il resto del mondo che l’avrebbe lasciata commettere questo stesso crimine”(2). Il “caso Faurisson” era in realtà esploso nel 1979 dopo la pubblicazione su alcuni giornali dei suoi articoli  che tentavano di dimostrare che i nazisti non volevano sterminare gli ebrei ma solo espatriarli o rinchiuderli nei campi di concentramento, che le camere a gas non erano mai esistite, che il numero delle vittime era inferiore a quello riportato dagli storici, ed infine che l’enfatizzazione dell’Olocausto era stata programmata ad arte per giustificare la creazione dello Stato di Israele nel dopoguerra. Ne seguì una rivolta di 34 storici che lo accusarono di “oltraggio alla verità” ma contemporaneamente fu difeso da diversi intellettuali, tra cui il linguista e teorico della comunicazione statunitense Noam Chomsky che, anche se contrari al negazionismo, rivendicavano in ogni caso la libertà di opinione.

L’ultima riga della lettera di Faurisson, relativa all’afasia delle nazioni alleate rispetto alle prime notizie sull’Olocausto, merita un’attenzione particolare.  Infatti a questo proposito è emblematica la vicenda del cattolico polacco Jan Karski. Nato a Lodz nel 1914, allo scoppio della guerra nel 1939, Karski, arruolatosi nell’esercito, fu catturato dalle truppe sovietiche e rinchiuso in un campo di detenzione dal quale riuscì a fuggire dopo due mesi. Si unì alla resistenza polacca con l’intento, grazie alle sue conoscenze linguistiche, di operare come tramite tra il governo polacco in esilio a Londra e la resistenza partigiana. Nell’agosto del 1942 riuscì coraggiosamente a entrare, grazie all’aiuto di alcuni  ebrei, nel ghetto di Varsavia per documentare de visu la situazione effettiva nell’ambito del piano di sterminio elaborato dai nazisti. Nel settembre del 1942 entrò, travestito da guardia estone, nel ghetto di transito di Izbica Lubelska, a 40 km da Lublino, dove venivano accentrati gli ebrei provenienti da Germania, Austria e Cecoslovacchia in attesa di essere trasferiti nei campi di sterminio di Sobibor e di Belzec. Lì ebbe modo di constatare le condizioni disumane in cui erano tenuti i prigionieri, ed assistette anche a numerose esecuzioni, immagini che non dimenticherà mai. Nel tardo autunno del 1942 Karski raggiunse Londra dopo un viaggio avventuroso passando per Bruxelles, Parigi, Perpignano, Madrid e Gibilterra. Presentò il suo rapporto sulla lotta clandestina in Polonia e quello sulla distruzione del ghetto di Varsavia e il sistematico sterminio degli ebrei,  ai membri del governo polacco in esilio, al ministro degli esteri inglese Anthony Eden ed al ministro della guerra Henry Stimson, sollecitando invano un intervento delle forze alleate. A Londra incontrò anche lo scrittore Arthur Koestler autore del libro “Buio a mezzogiorno”. Nel luglio del 1943 si recò negli Stati Uniti per spiegare di persona la situazione polacca e la Shoah a Roosevelt ma i suoi appelli rimasero inascoltati. Sembra che Roosevelt non gli avesse posto alcuna domanda relativa al problema degli ebrei. Karski contattò allora molti altri esponenti del governo ed anche il giudice della Corte Suprema, Felix Frankfurter, ebreo, che, dopo avere ascoltato per un’ora il racconto di Karski, gli disse: “I am unable to believe you” (non posso crederle), ritenendo che i resoconti fossero esageratamente tragici e raccapriccianti. Karski  incontrò anche giornalisti, rabbini e vescovi, compreso il cardinale Samuel Stritch, ma rimase praticamente inascoltato. Sicuramente gli alleati, non potendo attaccare direttamente la Polonia, preoccupati per le dimensioni crescenti della guerra che oramai si svolgeva su parecchi fronti, non riuscendo a credere alle atrocità perpetrate dai nazisti come raccontate dal testimone oculare Karski, misero in secondo piano il problema dell’Olocausto. Gli ebrei furono abbandonati da tutti i governi ed anche, per molti aspetti, specialmente nei primi anni del conflitto, anche dalle gerarchie religiose.

 

Una prova della infondatezza delle varie teorie negazioniste è offerta dalla storia professionale ed anche umana dell’ufficiale delle SS Franz Paul Stangl. Stangl nacque nel 1908 ad Altmünster in Austria, figlio di una guardia notturna che morirà nel 1916 lasciando la famiglia in ristrettezze economiche. Franz imparò a suonare la cetra e darà lezioni di questo strumento per guadagnare un po’ di denaro. Finiti gli studi si impiegò in una fabbrica tessile. A seguito della crisi del 1929 si trasferì nel 1930 a Innsbruck dove fece richiesta di assunzione per la polizia federale austriaca, venne accettato ed inviato per un corso di addestramento biennale all’Accademia Federale di Polizia di Linz. Nel 1931 si iscrisse al partito nazista (NSDAP), allora illegale in Austria e maggiormente per un membro della polizia (nel dopoguerra negherà di essersi iscritto in quella data e che comunque l’aveva fatto in seguito per evitare l’arresto a seguito dell’annessione (Anschluss) dell’Austria alla Germania nel 1938). Nel 1933 Adolf Hitler divenne cancelliere del Reich.  Questa nomina, come osserva Antonella Tiburzi “ rappresentò per Stangl un cambiamento non tanto nella sua concezione politica del nuovo ordine europeo, quanto piuttosto nelle sue aspirazioni all’interno del partito e del futuro governo. Fu la presa del potere di Hitler che segnò oggettivamente la sua ascesa negli organi di repressione e di aggressione degli oppositori politici prima e nella realizzazione del piano dell’annientamento ebraico nella fase successiva” (3). La formazione politica di Stangl si realizzò a Linz, dove nei tardi anni venti Hitler aveva iniziato a teorizzare le sue idee culminate nel 1925 con la pubblicazione del programma del partito nazionalsocialista nel saggio Mein Kampf. Nel 1935 Stangl entrò a far parte della KRIPO (Kriminal Polizei) nella città austriaca di Wels, per passare, dopo l’Anschluss, nella Schutzpolizei, in seguito inglobata nella Gestapo, a Linz, dove fu assegnato all’Ufficio Affari Ebraici (Judenreferat) preposto alla sorveglianza ed al controllo delle comunità ebraiche. Nel maggio del 1938 venne accettato nelle SS (SchutzStaffel, Reparti di Difesa) grazie alle sue ottime credenziali politiche e professionali. Per problemi sorti nel rapporto col suo capo a Linz, Stangl, alla fine del 1940, chiese di essere trasferito altrove e, come lui raccontò nel dopoguerra, fu “inspiegabilmente” assegnato al progetto nazista dell’Eutanasia su ordine di Himmler che l’appoggiò all’Oberführer Victor Brack a Berlino nella sede dell’Istituto al n.4 della Tiergarten Strasse in una villa confiscata ai proprietari ebrei.

La sigla T4, riferita all’indirizzo dell’ufficio, diventerà tristemente famosa in quanto sottindenteva il “Gemeinnützige Stiftung für Heil und Anstaltspflege” cioè “Ente Pubblico per la Salute e l’Assistenza Sociale” che presiedeva alla cosiddetta Aktion T4 che designava il programma di eutanasia che, sotto responsabilità medica, prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche inguaribili o da malformazioni fisiche con lo scopo di migliorare la razza ariana ed eliminare bocche inutili. Il programma T4 serviva come preparazione sperimentale di addestramento per l’assassinio a livello industriale di esseri umani. In questo quadro si formarono tecnicamente e psicologicamente Stangl e gli altri responsabili del genocidio degli ebrei nell’ambito della “Aktion Reynhard” successiva. Stangl fu nominato supervisore alla sicurezza in uno dei centri di annientamento della T4. Stangl scelse quello del castello di Hartheim in quanto vicino a Linz, dove divenne il vice di Christian Wirth, l’ispettore generale di tutto il programma di eutanasia nazista. Stangl dichiarò che all’inizio era dubbioso se accettare o meno l’incarico essendosi reso conto di quale fosse la reale attività, ma poi si convinse in quanto toccava ad  una Commissione Medica scegliere di eliminare o meno i malati, per cui, dovendo lui occuparsi solo di problemi amministrativi, non avrebbe avuto alcuna responsabilità penale. Il suo ufficio doveva registrare gli arrivi, contattare i familiari, provvedere al corretto funzionamento delle camere a gas, ed infine comunicare alle famiglie l’avvenuto decesso del parente. Una “burocrazia dello sterminio” di cui Stangl finì per esserne il gestore principale. “Quasi tutti questi malati deportati a Hartheim furono oggetto di sperimentazione o, peggio ancora, di internamento in modalità “Sonderbehandlung” ovvero il noto trattamento speciale che li affamava o li assetava lasciandoli morire di inedia e di conseguenza per aggravamento delle loro condizioni, senza mai prestare loro alcun soccorso. Una terza soluzione consisteva invece nell’inviarli direttamente nella camera a gas senza neanche registrarli” (3). Le prime vittime giunsero ad Hartheim nel maggio del 1940.

La camera a gas era camuffata da sala docce e poteva accogliere fino a 150 persone. Le ceneri che si accumulavano nei due forni crematori venivano portate di notte in riva al Danubio e scaricate nel fiume. Nel periodo gestito da Stangl, tra il novembre 1940 e l’agosto 1941, vennero uccise nel castello di Hartheim circa 10.000 persone. Il medico addetto alla gasazione ha raccontato che tutte le domeniche veniva organizzato nel cortile del castello un concerto a cui partecipava anche Stangl suonando la cetra. Si stima che l’attuazione complessiva del programma “eugenetico” T4 abbia portato all’uccisione di oltre 60.000 inabili o presunti tali. Il programma fu fermato da Hitler nel settembre del 1941 a causa soprattutto delle infuocate prediche del vescovo cattolico di Münster in Vestfalia, Clemens August Graf von Galen che denunciò lo scopo criminale dell’Aktion T4 e ne informò direttamente il Führer. Inoltre montavano anche le proteste dei parenti delle vittime ed un programma della BBC in tedesco aveva informato il popolo tedesco delle finalità del programma T4. Tuttavia l’uccisione dei disabili proseguì anche dopo la fine ufficiale dell’operazione, portando il totale delle vittime a circa 200.000 esseri umani. Stangl fu trasferito al centro di Bernberg, presso Amburgo, col compito di seguire tutte le pratiche amministrative (diritti di proprietà, lasciti, assicurazioni, procedure testamentarie etc.) relative alle persone da eliminare. Oltre a malati ed handicappati venivano uccisi anche deportati e lavoratori forzati giudicati non più  produttivi per le aziende belliche. Nella primavera del 1942 Stangl venne chiamato a partecipare alla Aktion Reinhardt, programmata dal generale nazista Heydrich Reinhard allora governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, soprannominato ”il boia di Praga” per la sua feroce crudeltà, volta alla repressione degli ebrei presenti nei territori dell’Unione Sovietica nel quadro della “Endlösung der Jugenfrade” (Soluzione Finale del Problema Ebraico) sancita da Hitler all’inizio del 1942. Dal 28 aprile al settembre del 1942 Stangl, nominato Obersturmführer del campo di Sobibor in Polonia, presso Lublino, presiedette allo sterminio di circa 10.000 ebrei. Quando l’impianto di erogazione della camera a gas, che funzionava giorno e notte, si guastò, Stangl fu spostato nel campo di Treblinka, a 80 km da Varsavia, dove rimase fino all’agosto del 1943. Treblinka “era una catena di morte, primitiva, certo, ma che funzionava bene” (4) così raccontava nel dopoguerra il sottufficiale delle SS Franz Suchomel, di stanza in quel lager. I convogli si susseguivano ininterrottamente con un carico medio di 5000 persone fermandosi davanti ad una stazione finta con un grande orologio con le lancette immobili, costruita nel Natale del 1942 su ordine di Stangl per tranquillizzare gli ebrei che arrivavano. Si diceva loro che sarebbero ripartiti per lavorare all’Est. In realtà venivano fatti scendere, spogliati nudi in un apposito reparto, e quindi condotti nelle camere a gas. Tutta l’operazione durava circa tre ore fra l’arrivo del treno e la morte dei deportati. Grazie alle nuove camere a gas che divennero operative all’inizio dell’autunno del 1942, era possibile eliminare 3000 persone in due ore e da 12.000 a 15.000 vittime al giorno con un massimo di 22.000 morti in 24 ore. Si calcola che dal 1941 al 1943 Stangl sia stato corresponsabile dell’assassinio di circa 900.000 persone. Occorre ricordare che in tutti i campi di concentramento, compreso quello di Birkenau che era la sezione di sterminio di Auschwitz, c’era una speranza seppur modesta di sopravvivere. Nei campi di sterminio, come quello di Treblinka, gli unici che potevano avere qualche probabilità di sopravvivenza, di giorno in giorno, erano i pochissimi che erano tenuti come “ebrei di lavoro” per il funzionamento del lager.

Stangl si adoperò per rendere il campo esteticamente gradevole facendo piantare alberi sui viali e provvedendo alla pavimentazione delle strade principali. Nella primavera del 1943 fece costruire anche un piccolo zoo nel quartiere delle guardie. A differenza dei suoi sottoposti delle SS, non si comportava in modo brutale e crudele nei confronti degli internati che l’avevano soprannominato “morte bianca” in quanto era vestito sempre con una giacca immacolata con in mano una frusta e spesso si aggirava tra le vittime in sella ad un cavallo bianco. L’alcol lo aiutava a sopportare la fatica e la realtà mostruosa del suo lavoro;  dirà in seguito che Treblinka era l’inferno dantesco materializzato. Fu giudicato dai comandi nazisti il miglior comandante nella Polonia occupata per il suo encomiabile impegno e capacità nella gestione industriale della logistica dello sterminio.

 

Nell’autunno del 1943 Stangl fu inviato a Trieste per operare nella repressione degli antifascisti italiani e dei partigiani iugoslavi nonché degli ebrei presenti nella regione, usando come lager di appoggio la Risiera di San Sabba. All’inizio del 1945 ritornò a Vienna per partecipare all’Alpenfestung (fortezza delle Alpi) dove i gerarchi del Terzo Reich e quello che restava dell’esercito tedesco avrebbero dovuto posizionarsi per l’ultima resistenza contro l’invasione delle truppe alleate. Nell’immediato dopoguerra Stangl venne catturato dalle forze americane ed internato nel lager per gli ex-nazisti di Glasenbach. Condannato nel 1947 nell’Euthanasie Prozess fu incarcerato a Linz ma nel 1948 riuscì a fuggire dirigendosi in Italia, verso Roma, dove poteva contare sull’aiuto di alcuni religiosi. A Roma infatti il vescovo austriaco cattolico Alois Hudal, rettore di Santa Maria dell’Anima e simpatizzante nazista, lo alloggiò per un paio di settimane e poi gli procurò un passaporto della Croce Rossa grazie al quale scappò in Siria grazie alla “ratline”, la via di fuga, organizzata dal prelato. Lì fu raggiunto dalla sua famiglia ma dopo tre anni, nel 1951, si spostarono in Brasile dove Stangl, dopo alcune esperienze lavorative, venne assunto grazie alle raccomandazioni di alcuni amici, alla Volkswagen do Brasil nella fabbrica di Sao Bernardo do Campo dove lavorò mantenendo il proprio nome e cognome.

Nel 1961 le autorità austriache, che erano a conoscenza del suo ruolo nello sterminio di massa di centinaia di migliaia di persone, spiccarono un mandato di arresto, ma ci vorranno ancora sei anni prima che Stangl venga individuato e localizzato dal cacciatore di criminali nazisti Simon Wiesenthal grazie alla delazione per denaro di un ex ufficiale della Gestapo, ed arrestato dalla polizia brasiliana il 28 febbraio 1967. Estradato in Germania con molte difficoltà in quanto il Brasile fino ad allora non aveva mai concesso estradizioni per casi simili al punto che dovette intervenire anche il senatore Robert Kennedy presso l’ambasciata del Brasile a Washington, fu processato a Düsseldorf ed il 22 dicembre 1970 condannato all’ergastolo. Morì nella prigione di Düsseldorf il 28 giugno del 1971 all’età di 63 anni.

 

Ma al di là della sua carriera militare sicuramente brillante e ricca di soddisfazioni e riconoscimenti (l’aveva terminata col grado di SS-Hauptsturmführer), quale era la dimensione umana di Franz Stangl? Su questo tema si è cimentata in particolare la giornalista inglese, ma nata a Vienna da padre ungherese, Gitta Sereny  che aveva assistito al processo di Norimberga contro i criminali nazisti nel 1945 ed al processo a Stangl nel 1970.  Dal 2 aprile al 27 giugno del 1971 ebbe una serie di colloqui per oltre 70 ore con Stangl nel carcere di Düsseldorf dove era detenuto. La giornalista raccontò il risultato di questi incontri in una serie di articoli sul Daily Telegraph Magazine nel 1971, raccolti poi ed ampiamente integrati in un libro esemplare: “Into the Darkness” (5). La Sereny, dopo i colloqui, aveva controllato con un impegno quasi ossessivo la veridicità delle testimonianze di Stangl, estendendo le sue indagini a tutto l’entourage dell’ex camp-Kommandant,  interrogandone la moglie, le figlie e alcuni suoi colleghi delle SS sopravvissuti, e mettendo inoltre in luce una certa acquiescenza della Chiesa Cattolica sia riguardo al programma di eutanasia, che alle notizie degli stermini degli ebrei in Polonia e sulle fughe di molti gerarchi nazisti nel dopoguerra grazie all’aiuto di alte autorità ecclesiastiche del Vaticano. Quanto documentato nel libro è di estrema importanza perché Stangl fu l’unico comandante di un campo di annientamento portato davanti a un tribunale; la sua confessione permise di vedere dall’interno la lucida follia dei meccanismi perversi, anche psicologici, della macchina di sterminio nazionalsocialista.

Le prime schermaglie di difesa di Stangl alle accuse della Sereny furono identiche a quelle già sentite in tutti gli altri processi per crimini nazisti: “Lui non aveva fatto nulla di male ; c’erano sempre stati altri sopra di lui; lui non aveva fatto altro che obbedire agli ordini; non aveva fatto del male a un solo essere umano. Ciò che era accaduto era una tragedia di guerra” (5). Ma la Sereny incominciò caparbiamente a scavare nel suo passato, a partire dall’infanzia, nel tentativo di trovare una risposta, una spiegazione alla sua stringente domanda su come una persona sicuramente intelligente, fosse stata alla fine fagocitata dall’ideologia nazista al punto da azzerare in sé ogni scrupolo morale ed ogni responsabilità personale, arrivando a collaborare agli efferati progetti di sterminio in piena coscienza e cognizione dell’operato, restando totalmente estraneo ed indifferente al destino delle vittime. Si rese conto, mano a mano che il dialogo procedeva e si faceva sempre più franco e consapevole da parte di Stangl, che l’uomo aveva una personalità complessa e tormentata, e che nei suoi discorsi cominciava ad affiorare se non il pentimento, almeno un senso di rimorso per le scelte di vita che avevano finito per incatenarlo dentro un percorso allucinante senza via d’uscita. Apparve chiaramente, e non solo nell’intervista a Stangl ma anche a sua moglie, sua cognata, ed a membri delle SS sopravvissuti, “ l’orrore della quotidianità vissuta in un campo di sterminio, l’eclissi della coscienza che permette di trattare esseri umani come oggetti inutili dei quali liberarsi, la quantità di cieca e ottusa crudeltà e di morte alla quale – pare incredibile ma è così – ci si riesce ad assuefare. Un viaggio spaventoso nel buio dell’animo umano” (6).

Alla domanda della Sereny, riferendosi agli ebrei, “Quando cominciò a sentirli come bestiame?”, Stangl rispose che avvenne quando, avvicinandosi in macchina a Treblinka, cominciò a sentire il fetore a chilometri di distanza e poi a vedere cataste sempre più alte di cadaveri: “Ricordo Wirth lì in piedi, accanto a quelle fosse piene di cadaveri lividi, nerastri. Non aveva più nulla a che fare con l’umanità….era una massa….una massa di carne che imputridiva. Wirth disse “Che cosa dobbiamo farne di questo letame?” Credo che inconsciamente fu da quel momento  che cominciai a considerarli come bestiame”. Ma, incalzò la Sereny, “Nella sua posizione, non avrebbe potuto far smettere la svestizione, le frustate, l’orrore di quei recinti?” “No, no, no. Era quello il sistema” (5).

 

Nell’ultimo colloquio, il 27 giugno del 1971, durato quattro ore, Stangl aveva iniziato con la solita frase “Io non ho mai fatto del male a nessuno, intenzionalmente” ma, dopo varie domande sul concetto di Dio,  Stangl chiese a sua volta: “se l’uomo ha una meta ch’egli chiama Dio, che cosa può fare per raggiungerla? Lei lo sa?”. La Sereny rispose che, nel suo caso, potrebbe essere la ricerca della verità, “il mettersi di fronte a se stesso….ciò che ha cercato di fare in queste ultime settimane”. Dopo un lungo intervallo di quasi mezz’ora in cui la Sereny rimase in silenzio, Stangl parlò con un tono di stanca rassegnazione: “Ma ero lì”. “E perciò sì” disse alla fine, molto pacatamente “in realtà, condivido la colpa….perchè la mia colpa….la mia colpa….solo adesso, in queste conversazioni….ora che ho parlato….ora che per la prima volta ho detto tutto…..”. Una frase fondamentale, ci aveva messo trent’anni per pronunciarla. “Si fermò. Aveva detto le parole “la mia colpa”: ma più delle parole fu l’improvviso afflosciarsi del suo corpo, il volto cadente, a denunciare l’importanza di quella ammissione”. Dopo qualche minuto continuò “La mia colpa è di essere ancora qui. Questa è la mia colpa… avrei dovuto morire”. “Bè, lo dice adesso, ma allora?” “Questo è vero. Ho avuto altri vent’anni, venti buoni anni. Ma, mi creda, adesso preferirei essere morto allora….Non ho più speranza” e poi, sempre in tono pacato “e comunque basta così. Porterò a termine queste conversazioni con lei, e poi…che sia finita. Che sia finita”(5).

Morirà 19 ore dopo la fine di questo colloquio. Una accurata autopsia confermò che non si era suicidato, ma era morto per problemi cardiaci di cui soffriva da tempo. Secondo la giornalista inglese: “Io credo sia morto allora perché alla fine, sia pure per un momento, s’era messo di fronte a se stesso e aveva detto la verità; era stato uno sforzo ciclopico, per raggiungere quel momento fuggevole in cui era divenuto l’uomo che avrebbe dovuto essere”(5).

Francesco Cappellani

 

  • (1)1-  Weber “Holocaust Remembrance: What’s Behind the Campaign?”. http://www.ihr.org/
  • (2) 2-  l'”Archivio Faurisson” nella sezione italiana della Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerres et d’Holocaustes.
  • (3) 3- A.Tiburzi “Franz Paul Stangl, austriaco, il boia dell’eutanasia: con il programma Aktion T assassinò cinquemila ragazzi fino ai 16 anni”. Triangolo Rosso, anno XXXII n. 7-10, luglio-dicembre 2016
  • (4)  4- Lanzmann “Shoah”. Bompiani, Milano, 2000
  • (5)  5- Sereny “Into the darkness”. 1974, tradotto in italiano col titolo “In quelle tenebre”. Adelphi, 1975
  • (6)  6- Frati “In quelle tenebre”. www.mangialibri.com/libri/quelle-tenebre
Una risposta
  1. La recente legge approvata dal parlamento di Varsavia che punisce severamente chi accosta il nazismo antisemita alla Polonia è prova inconfutabile che era assolutamente improbabile che città polacche esistenti a cinquanta chilometri distanti dai più famosi campi di sterminio nazisti,che milioni di persone li residenti non sapessero nulla non vedessero nulla.non sentissero nulla…nemmeno l’odore dei fumi che uscivano dalle ciminiere naziste,si presume essi preferissero convivere pacificamente con il virus nazista.
    Non dimentichiamo che ora tali nazioni fanno parte della NATO.

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