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Follia

Narra Diane Keaton dell’arrivo sul set di ‘Interiors’ della grande Geraldine Page.
Del lungo discorso, delle indicazioni, delle raccomandazioni di Woody Allen perché la scena a seguire fosse girata secondo necessità.
Della condiscendenza con la quale la Diva ascoltasse.
Della sua successiva interpretazione del tutto indifferente ai desiderata del regista e naturalmente straordinaria, magistrale al primo ciak.
Ecco, sulla scena come sullo schermo, i ‘supremi’, rappresentando se stessi, rappresentano inimitabilmente e indelebilmente i caratteri.
Ragione per la quale, dentro – anche coloro che mai abbiano avuto modo di vederlo e ascoltarlo! – il Nerone folle che inevitabilmente appare allorquando all’imperatore romano tutti pensiamo è quello impersonato da Peter Ustinov nel ‘Quo vadis’ dell’a tal fine ininfluente Mervyn Leroy nel 1951.
Lo ‘vediamo’ (va ascoltato l’originale per cogliere le impareggiabili sfumature) giganteggiare, istrioneggiare, piangere nel lagrimatoio, cantare suonando la lira…
Imperituro!
E non importa affatto sapere che Claudio Nerone era con buona probabilità tutt’affatto diverso.
Che di lui hanno in fondo narrato un acerrimo oppositore quale Publio Cornelio Tacito, dipoi un avverso Gaio Svetonio e gli storici cristiani (dal dente avvelenato per via delle persecuzioni, no?) delle cui testimonianze occorre al riguardo dubitare, e molto.
La ‘follia di Ustinov’ prevale e sempre prevarrà.

Molte le versioni relative al suicidio di Lucio Anneo Seneca che il di lui di sovente critico Tacito volle, limitatamente nel descriverne il trapasso, collocare fianco a fianco a Socrate.
Tra le tante (e invero afferente i fatti immediatamente precedenti) quella riportata da Indro Montanelli.
Memorabile.
Ricevuto l’invito imperiale a togliersi la vita (atto che, da stoico, poteva filosoficamente comprendere e affrontare) – narrava dunque Indro – Lucio organizzò una cena d’addio allietata da un musico.
Molti gli invitati dai quali intendeva in quel modo accomiatarsi.
Verso la fine, chiamato a sé il musico, Seneca gli chiese di insegnargli una delle arie suonate, quella che non conosceva.
Fu allora che il vicino, avendo ascoltato, gli chiese perché volesse impararla quando di lì a poco sarebbe passato a miglior vita.
“Per saperla quando morirò!”, fu la risposta.
Ho impostato in cotal modo la mia vita.
Studio e imparo in ogni momento e frangente.
E farò sempre così.

E se l’invito al suicidio rivolto al magnifico Lucio Anneo fosse davvero da considerare atto derivante da una a questo punto esistente follia di Nerone, solo per avere portato il filosofo a pronunciare tale frase, sarebbe follia da benedire!

Mauro della Porta Raffo