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Eutanasia di un quotidiano

Dopo 92 anni ha chiuso i battenti il Giornale del Popolo di Lugano

L’articolo che segue è opera di Cesare Chiericati, già direttore del GdP
Sulle colonne del mitico quotidiano luganese hanno fra gli altri lungamente scritto Piero Chiara e Mauro della Porta Raffo

“Il principio è che è meglio avere cinque giornali invece di quattro, quattro invece di tre, tre invece di due e due invece di uno” Così Enrico Morresi, giornalista ticinese di lunghissimo corso e storico del giornalismo della Svizzera italiana. Come dire che il pluralismo informativo è l’essenza stessa della democrazia e la morte di un quotidiano è un vulnus che determina un’assenza, un vuoto difficilmente colmabile. E’ questo di sicuro il caso della scomparsa del Giornale del Popolo di Lugano ( GdP), da novantadue anni nelle edicole e dichiarato dal Tribunale di Lugano ufficialmente fallito. Una storia la sua che viene da molto lontano, ben prima del 1926 quando, il 21 dicembre, fece per la prima volta capolino nelle edicole del Cantone. E’ infatti nel 1918 che prese vita l’idea, sostenuta con vigore dallo storico vescovo luganese Aurelio Bacciarini, di fondare un quotidiano cattolico, legato alla Curia ma sganciato dai partiti politici che con i loro apparati e i loro fogli, paludati e retorici, dominavano il ristretto panorama editoriale dell’epoca. Una scelta di rottura maturata in anni difficili sia per l’economia nazionale sia per quella locale. La prima Grande guerra aveva inciso negativamente anche sulla pur neutrale Confederazione. Mettersi su quella strada implicò coraggio, nervi saldi e la volontà ferrea di contrastare con l’informazione e la cultura il liberal radicalismo espresso dalle nascenti élite industrial finanziarie da un lato e le suggestioni anarcosocialiste dall’altro. Fu una scelta indovinata come indovinata fu la scelta del direttore, Don Alfredo Leber, un sacerdote di appena 24 anni con il giornalismo nel sangue. Prova ne sia che tenne saldamente il giornale nelle sue mani per ben cinquantasette anni, fino al 1984. Fedelissimo alla gerarchia, ai principi – L’Osservatore Romano come bussola di riferimento – era socialmente aperto e un grande innovatore editoriale. Confermato in sella al Giornale del Popolo da quattro vescovi ( il fondatore Bacciarini poi Angelo Jelmini, Giuseppe Martinoli ed Ernesto Togni), promosse la crescita della tiratura decennio dopo decennio. Lo fece innovando. A dotarsi per primo di un laboratorio fotografico proprio fu il giornale della Curia, come fu il primo a cogliere l ‘opportunità di aprire redazioni locali (Bellinzona, Locarno, Mendrisio) per meglio capire e interpretare le diverse esigenze del territorio in un Cantone piccolo ma articolato in identità fieramente diversificate. Due novità che nel secondo dopoguerra garantirono una diffusione capillare e l’apprezzamento anche di lettori non esattamente in linea con l’indirizzo della testata. Terza e decisiva intuizione editoriale fu quella di dare sempre più spazio allo sport sia a quello nazionale sia a quello locale. Per mettere in pagina i risultati della partite di hockey che si giocavano e si giocano ancora la sera, la chiusura fu differita a ore davvero inusuali per la stampa ticinese. Alla fine degli anni settanta del novecento il GdP era il giornale più diffuso e letto della Svizzera Italiana. Nel decennio successivo l’orizzonte editoriale cominciò rapidamente a cambiare con la definitiva scomparsa dei quotidiani di partito ( Dovere, liberale; Popolo e Libertà, Partito Popolare; Libera Stampa, socialista) nonostante numerosi quanto costosi tentativi di rianimazione;con il consolidamento del Corriere del Ticino ( Cdt) sempre più organo di informazione a tutto campo; con la nascita e la rapida ascesa a Bellinzona e in tutto il Sopra Ceneri della Regione, un quotidiano spigliato e incisivo nei confronti dei poteri cantonali e comunali. Tutto questo mentre la Radiotelevisione della Svizzera italiana, emanazione locale della federale SSR (Società Svizzera di Radiotelevisione) si affermava sempre di più sia a livello radio sia a livello televisivo, anche ben al di là del territorio cantonale. Una situazione unica in Europa. In un’area geograficamente limitata e con meno di 300 mila abitanti si registrava – e anche oggi è sostanzialmente così – una densità mediatica incredibile cui si sommeranno negli anni seguenti anche radio e tv “libere” in parte finanziate dalla stessa SSR e in parte da sponsor privati. Senza contare due settimanali gratuiti: Il Mattino a trazione leghista e il locarnese Caffè di ottima fattura più un buon numero di periodici locali. Affermarsi e sopravvivere diventò sempre più difficile per tutti. Tra i quotidiani a farne maggiormente le spese, sia pure con un’erosione lenta di lettori, fu proprio il Giornale del Popolo che soffri sempre di più la concorrenza dei due competitor cantonali, Cdt e Regione. Non certo per la qualità informativa quanto invece per la quantità di informazioni e servizi offerti. In quegli anni di rapide trasformazioni editoriali essere ufficialmente il quotidiano della Curia di Lugano, non aiutò la testata. Gli abbonati e gli acquirenti, prevalentemente ma non solo cattolici, erano – e tutt’ora sono – una galassia composita e articolata in gruppi e associazioni la cui capacità di reciproca interdizione ha impedito di fatto al giornale di operare scelte editoriali innovative per cercare di recuperare il terreno perduto nei confronti della concorrenza. Nel 2002 la struttura giuridica della testata fu modificata passando da Opera Pia a Società per azioni nel quadro di un piano di rilancio che prevedeva di mantenere salda l’identità di fondo del giornale aprendolo però maggiormente alla società civile e quindi a un più vasto parterre potenziale di lettori. Un tentativo fondato su una nuova veste grafica – la vecchia impaginazione appariva da anni superata – e su un potenziamento dell’offerta editoriale. Il tutto per puntare in prospettiva su nuovi investitori. Il primo passo, quello dell’immagine grafica del giornale, fu un successo testimoniato da un riconoscimento internazionale, l’European Newspaper Award 2003 che, a Vienna, venne attribuito al GdP nella categoria “tipography” superando altre 331 testate concorrenti di ventidue paesi del mondo. Quella scelta grafica venne confermata, con qualche aggiustamento, fino alla recente chiusura. Nel 2004 il nuovo vescovo di Lugano Monsignor Pier Giacomo Grampa, comunque azionista di maggioranza, decise, appena insediato, di mutare la rotta appena tracciata a fronte di una situazione di bilancio oggettivamente pesante ma forse, nel medio lungo periodo, non irrisolvibile. Mentre a complicare non poco la vita dei giornali tradizionali si affacciava l’informazione online, il GdP trovava un accordo con La Fondazione del Corriere del Ticino che rilevò il 49% delle azioni dell’editrice con un esborso di 6 milioni di franchi. Tre e mezzo a copertura dei deficit accumulati e il resto per ripartire. Una collaborazione durata quattordici anni tra alti bassi con il GdP tornato nell’alveo di una linea editoriale in buona sostanza autoreferenziale rispetto al mondo cattolico tradizionale, senza che questa opzione migliorasse vendite e ricavi pubblicitari. Fino allo strappo con il Corriere alla fine delle scorso anno, il ritorno alla piena autonomia gestionale e l’affidarsi a un agenzia pubblicitaria già da qualche tempo in difficoltà. Poi l’accelerazione finale, segnata da una pesante crisi di liquidità, con il vescovo Valerio Lazzeri che il 17 maggio scorso è costretto ad annunciarne la chiusura fra lo sbigottimento generale e trentun dipendenti licenziati senza uno straccio di piano sociale di fine rapporto.
In un’intervista dei giorni scorsi il vescovo di Lugano nel ribadire che la necessità della comunicazione pubblica della Chiesa cattolica è comunque tutt’altro che tramontata, ho sottolineato come però “debba esserci un progetto adeguato al nostro tempo e alle nostre forze, pensato non solo per chi è già convinto della propria fede, ma anche attento alla società reale, al mondo di oggi”.

Cesare Chiericati