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Daniel Defoe e l’uragano che devastò la Gran Bretagna nel 1703

Daniel Foe (il “de” l’aggiungerà più tardi in un momento di successo per rimarcare la sua origine fiamminga e protestante) aveva studiato presso una “Accademia dei Dissenzienti” fondata e gestita da protestanti non anglicani di matrice “Cromwelliana” che avrebbero dato in seguito l’avvio, dopo la metà del XVIII secolo, alla prima rivoluzione industriale che trasformerà profondamente la società inglese, avviandola verso la modernità. Il giovane Daniel sarà tra i primi ad osservare ed interpretare il vecchio mondo che moriva con uno sguardo nuovo ed aperto ai cambiamenti che iniziavano a manifestarsi.

Defoe si dedica a svariate attività, da commerciante a fabbricante di mattoni, da armatore a venditore di nuovi prodotti, oscillando tra ricchezza e miseria in funzione del risultato economico dei suoi vari affari. Dirà “Thirteen times have I been rich and poor” (Tredici volte sono stato ricco e povero). Nel 1692 finisce in prigione per bancarotta, ma intanto ha cominciato a scrivere affrontando temi economici e politici. Si pone a fianco, come libellista “whig “, cioè liberale, di Guglielmo III d’Orange nell’impresa di rovesciare il suocero cattolico, il re Giacomo. Protetto da Guglielmo d’Orange, divenuto re, dà sfogo alle sue idee sulla libertà di stampa, di coscienza e sulla libertà religiosa. La morte del suo protettore l’8 marzo 1702 seguita dall’elezione della regina Anna, intransigente anglicana ed acerrima nemica dei “nonconformisti”, è un grave colpo per la carriera politica di Defoe: viene accusato di diffamazione della Chiesa Anglicana per la pubblicazione del pamphlet “The Shortest Way with the Dissenters ” (il modo più spiccio contro i dissenzienti) del 1702. La Camera dei Comuni lo processa all’Old Bailey condannandolo alla prigione, all’umiliazione di tre esposizioni alla gogna e ordinando di bruciare il libello. Ma la pena, inclusa la berlina, lo rende ancora più popolare tra i suoi tanti correligionari che lo amano per il coraggio delle sue idee. Viene scarcerato nel 1704 per intercessione di Robert Harley, segretario di stato, un tory moderato per il quale lavorerà come spia e poi spia dei whigs quando Harley decade, comportandosi come “agente segreto capace di mille contorsioni politiche” (1). Harley gli fornirà i mezzi finanziari per la redazione del giornale The Review  interamente scritto da Defoe, che lo impegna per un decennio e dove tratterà di costume come di economia mettendo in mostra le sue eccezionali doti di giornalista.

Nel luglio del 1704 pubblica “The Storm” (L’uragano), una cronaca dettagliata e realistica dello spaventoso uragano che aveva colpito la Gran Bretagna per la durata di una settimana a partire dal 24 novembre 1703, raggiungendo il picco di intensità nella notte del 26/27 novembre. L’uragano viene descritto da Defoe come “ Il più grande, il più lungo, il più esteso di tutte le tempeste ed uragani raccontati nella storia dall’inizio dei tempi”. Nella settimana successiva all’evento, Defoe aveva messo un annuncio sulla London Gazette del 2-6 dicembre 1703 chiedendo a quei lettori che le avevano vissuto in prima persona, un resoconto delle loro esperienze. Defoe ne seleziona sessanta e le pubblica, commentandole ed aggiungendo spiegazioni scientifiche, inaugurando, con questa compilazione, l’uso di materiali originali e notizie di prima mano da parte di testimoni oculari. Il libro ebbe scarso successo ma  viene considerato oggi il primo esempio di giornalismo moderno.

Dopo una settimana di pioggia e di forti venti che avevano già provocati danni consistenti ai tetti delle abitazioni ed alle piante, l’uragano raggiunse le coste inglesi dal Galles alle Midlands spostandosi poi verso sud e colpendo particolarmente le città di Londra e Bristol nonché le coste dell’Olanda, della Scandinavia e della Germania. La regina Anna lo descrisse come “A Calamity so Dreadful and Astonishing, that like hath not been Seen or Felt, in the Memory of any Person Living in this Our Kingdom” (una calamità così spaventosa e stupefacente, che non si era mai vista né sentita, nel ricordo degli abitanti del nostro regno). 

L’uragano del 1703 fu un’enorme tragedia e rimarrà vivo nella memoria collettiva del Regno Unito più di altri anche maggiormente violenti sia grazie al lavoro di Defoe che rappresenta il primo  resoconto storico di un gravissimo evento, sia per i danni elevatissimi che subirono le campagne, le popolose città ed i porti affollati da navigli di ogni tipo nel sud dell’Inghilterra. Nelle parole di Defoe “La tempesta distrusse boschi e foreste su tutta l’Inghilterra /…./ Nessuna penna può descriverla, né lingua raccontarla, né pensiero concepirla se non da chi l’à vissuta nelle fasi estreme”. Città costiere come Portsmouth furono gravemente danneggiate. Nella sola Londra oltre 200 ciminiere furono soffiate via e molte lastre di piombo dei tetti di circa un centinaio di chiese ed anche dell’abbazia di Westminster furono strappate dalla bufera; la regina Anna ed il marito dovettero rifugiarsi nelle cantine del palazzo di St. James per salvarsi dal crollo dei comignoli e di parte del tetto. I pinnacoli della cappella del King’s College di Cambridge furono divelti dalla violenza del vento e molte vetrate medioevali danneggiate; nelle città e nei paesi il vento abbatté comignoli e ciminiere, migliaia di tegole volarono via dai tetti insieme a frammenti di lamiere di piombo e di ferro provocando danni ovunque alle cose ed alle persone. I fulmini innescarono incendi a Whitehall e Greenwich. Nelle campagne l’uragano sradicò migliaia di alberi, provocò la morte di migliaia di capi di bestiame e la distruzione di circa 400 mulini a vento.

Le maggiori perdite umane si ebbero in mare, dove morirono circa 6000 persone tra marinai e pescatori. Decine di battelli-carboniere che portavano il carbone a Londra scomparvero tra i flutti; sul Tamigi centinaia di navi e barche furono strappate dagli ormeggi e trascinate fino ad ammucchiarsi in un caos indescrivibile a valle del London Bridge, urtandosi, danneggiandosi ed in molti casi colando a picco. Una nave alla fonda a Whitstable, nel Kent, fu spinta da una raffica di vento per oltre 200 metri all’interno della costa. I venti provenienti da ovest costrinsero molte navi mercantili ancorate nei porti, già cariche con le mercanzie per salpare in mare aperto lungo le consuete rotte, ad affollarsi nel canale della Manica. Anche le navi da guerra della Royal Navy, pronte nei porti costieri in attesa di sferrare l’assalto alla città di Cadice nell’ambito della guerra di Successione Spagnola, operazione in seguito indirizzata alla conquista di Gibilterra, finirono per ammassarsi in quella zona. La Royal Navy perse circa un quinto delle sua flotta. Tredici navi da guerra ed oltre trenta navi mercantili affondarono nel mare in tempesta con tutti i marinai degli equipaggi. Il faro di Eddystone a circa 25 km dalla città di Plymouth, il primo faro offshore, fu completamente distrutto provocando la morte dei suoi sei occupanti. Defoe valutò un numero di vittime di circa 8.000 persone.

Studi recenti hanno dimostrato che a Londra nei giorni precedenti l’arrivo dell’uragano si era verificato un brusco calo della pressione atmosferica, cosa che Defoe aveva verificato col suo barometro ma l’aveva attribuito a qualche manomissione da parte dei figli. Oggi sappiamo che fenomeni di questa portata sono causati da forti gradienti di temperatura tra le latitudini polari e quelle tropicali;  lo squilibrio nell’energia termica che ne deriva innesca la formazione di zone cicloniche con venti che possono raggiungere al suolo 150 km/h con punte anche notevolmente superiori. C’è da aggiungere che nel 1703 si era nella cosiddetta Piccola Era Glaciale che va dalla metà del XIV a metà del XIX secolo ed in particolare le due decadi successive al 1680 furono le più fredde dal ritiro dei ghiacciai di 12.000 anni fa. Ciò può avere contribuito alla violenza dell’uragano che oggi viene classificato come un ciclone extratropicale. Nel 1703 la meteorologia come scienza non esisteva, si svilupperà solo oltre un secolo dopo, all’incirca nel 1820; all’epoca i venti erano considerati provocati da un flusso lineare dovuto a qualche non meglio identificata differenza di pressione atmosferica e non a complessi sistemi circolatori che si formano sugli oceani pilotati da rilevanti fenomeni termici. Mancando gli strumenti di osservazione scientifica che oggi possediamo, in primis le immagini satellitari che permettono un continuo monitoraggio delle formazioni cicloniche e dei loro movimenti, era impossibile prevedere qualsiasi cataclisma ed approntare ogni difesa o cautela possibile. Questo spiega il grande numero di morti che si ebbe nell’uragano del 1703, probabilmente molto superiore alla valutazione di Defoe, come riportato da altre fonti che parlarono di quasi 15.000 vittime.

Defoe attribuì la perdita delle navi della Royal Navy alla punizione divina per lo scarso impegno della flotta contro le armate cattoliche di Francia e Spagna durante il primo anno della guerra di Successione Spagnola. D’altra parte, prima di quella meravigliosa esplosione di razionalità che fu l’Illuminismo alla fine del XVIII secolo, moltissime persone pensavano che l’onnipotenza del Dio della cristianità manifestasse la sua collera contro “i peccati della nazione” mediante violenti e terrificanti eventi atmosferici. Il clero, in particolare, li interpretava come segni dell’ira divina per qualunque infrazione del “codice” religioso, ivi compresa la pericolosa popolarità che il teatro ma soprattutto la scienza andavano acquisendo. Dopo l’uragano, la regina Anna fece dichiarare dal governo un giorno di digiuno in espiazione delle colpe di atei e peccatori, implorando il perdono di Dio. Come riportato nell’articolo di Lucy Jones (2), secondo il climatologo Dennis Wheeler dell’Università di Sunderland “alcuni scienziati, come Newton, iniziavano ad avere una visione razionale del mondo /…./ Essi erano la punta di un iceberg intellettuale, ma la gran parte della gente aveva una visione profondamente religiosa degli eventi che accadevano /…./ Li consideravano letteralmente un atto di Dio”. Tuttavia l’uragano del 1703  contribuì anche a stimolare un certo interesse puramente scientifico in quanto la Royal Society, fondata nel 1660, pubblicò una edizione speciale del suo giornale “Philosophical Transactions”, che riportava le misure di temperatura, pressione e quantità di pioggia nei mesi dell’evento.

Quindici anni dopo, verso i 60 anni, Daniel Defoe “giornalista-giocoliere, grafomane, poligrafo /…/ si lascia dietro le spalle questa vita di metamorfosi, di travestimenti, di maschere, e diventa scrittore vero” (1). Pubblica infatti nel 1719 “Robinson Crusoé”, il suo capolavoro che gli varrà la fama di padre del romanzo moderno. Morirà nel 1731, in miseria e pieno di debiti, depredato da un figlio, disperatamente solo come il suo eroe, vicino a Londra dove viveva nascosto per sfuggire ai creditori.

Francesco Cappellani

  1. Cavallari Alberto: “Quel giocatore scaltro di Defoe”. La Repubblica 24.01.1993
  2. Jones Lucy: ” The Great Storm of 1703 caused damage across southern Britain, and encouraged novelist Daniel Defoe to write a pioneering book of journalism and science”. BBC, 1 March 2018, http://www.bbc.com/earth/story/

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