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Argentina

Argentina.

È il Paese dove sarei fuggito se l’Italia fosse diventata insopportabile.

Ho fatto il biglietto per Baires più d’una volta, purtroppo senza la necessaria voglia di partire: mettevo in campo non un sogno da realizzare ma le miglia/premio di Alitalia.

Troppo comodo.

E sono rimasto a casa.

Perché l’Argentina?

Non voglio farla troppo lunga, ma si capirà.

Era maggio del ‘48.

Mio fratello Corrado, il secondo di quattro, io l’ultimo, dice: “Vado a fare il bagno”.

Ma non mi chiede di andare con lui, come faceva di solito, perché mi insegnava a nuotare.

Al porto.

Abitavamo a Rimini, normale.

Al mare non s’imparava.

Si andava in acqua e si camminava tanto, prima di restare con la testa sotto. Corrado va al mare e non torna più.

Mia madre disperata, noi la consoliamo: non è affogato, chissà dove è andato.

Carabinieri, polizia.

Niente.

Dopo tre settimane una cartolina.

Riproduce una nave, l’Anna C.

Sul verso un saluto: “Corrado Cucci Custode Cinque Cani, sto bene”.

Salito da clandestino, s ’era pagato il viaggio badando ai cani dei viaggiatori.

Dopo un mese una lettera da Buenos Aires:

“Sono arrivato in Argentina.

Tutto a posto.

Ciao mamma, ciao Italo”.

A papà, a Cleto, a Tonino solo una cartolina, ancora dopo.

Com’è l’Argentina ce lo dice un po’ alla volta con lettere in posta aerea, una carta leggerissima sulla quale graffia pensieri.

Quando arrivano, le lettere, mamma le legge per prima.

Un giorno apre la busta, legge e poi piange:

“Oggi giravo per Buenos Aires e da una finestra ho sentito una canzone a tutto volume, da una radio.

Beniamino Gigli che cantava ‘Mamma’.

Ho desiderato tanto essere a casa, ma come faccio?

Ormai sono qui…”.

Un anno così poi i racconti non li ha fatti più Corrado ma il centro emigranti italiani:

“Se n’è andato chissadove”.

Più tardi ci ha scritto dal Brasile, Mato Grosso; dal Venezuela, a Caracas aveva trovato un Cucci che vendeva macchine da caffè; poi da La Paz, prima la polizia poi lui, l’avevano arrestato con gente che voleva fare la rivoluzione, fascisti contro fascisti, così ci avevano detto, poi Corrado ha mandato a dire che era con un amico conosciuto quand’era in Argentina, Ernesto Guevara, che era riuscito a scappare da La Paz senza far sapere chi fosse in realtà; l’ha saputo dopo che era “ El Che”, e l’ha raccontato a un giornale boliviano; poco tempo in Bolivia poi ha deciso di fare il borghese, è andato a Santiago del Cile, si è sposato, ha avuto due figlie, ha aperto una taverna, ‘Cerveceria la Fuente de Trevi’.

Quando nel

1962 l’inviato del Resto del Carlino, Severo Boschi, è andato in Cile per il Mondiale gli ho chiesto di salutarmelo.

Lo ha trovato, nel suo locale, baffuto, armato, gagliardo, Don Conrao per gli amici.

Tante avventure, poi è morto, a Santiago, sulla collina del Cajòn del Maipo dove aveva aperto un ristorante/locanda, il Melocotòn.

È morto nel settembre dell’86, il giorno dell’attentato a Pinochet nella villa dove viveva, lì vicino, e aveva passato ore a raccontare cos’era successo agli inviati che si erano accampati al Melocotòn.

Era un narratore straordinario, forse anche fantasioso.

Andò a dormire a notte fonda, si sedette sul letto per togliere le scarpe e restò così. Lo trovarono come se fosse addormentato.

Nel ‘78 ci sono andato anch’io, in Argentina, per il Mondiale che rivelò la Nazionale di Bearzot, perdente ma bellissima.

Forse la più bella.

Un viaggio straordinario, emozionante, in una Baires che chiedeva d’essere vissuta giorno e notte.

Le partite, poco più di un impegno professionale; la gente viveva gioiosa e non capivo perché in Italia si parlasse tanto di dittatura e terrore.

Poi una mattina lessi un trafiletto in un giornale olandese trovato al centro stampa: diceva delle donne piangenti a Plaza de Majo, davanti alla Casa Rosada, sede del Governo di Rafael Videla.

Forse tutti sapevano ma nessuno ne parlava.

Ci andai col mio fotografo, Guido Zucchi, che scattò tante immagini sconvolgenti alle mamme che portavano al collo cartelli con le foto dei figli o nipoti desaparecidos con nome, cognome e la data della sparizione.

I soldati e i poliziotti cercavano di allontanarci ma senza troppa convinzione, portavamo al collo la tarjeta di accredito e l’ordine delle autorità era di lasciarci in pace.

Pubblicai sul Guerin Sportivo – primo fra gli italiani – un fotoreportage drammatico e quando arrivò a Baires il giornale, che in quei giorni era distribuito insieme al Grafico, il settimanale di calcio argentino, patimmo un rimprovero dall’ammiraglio Lacoste, il capo del Mundial.

Nulla di più.

Il calcio continuò a vivere la sua festa grande, la Gran Mentira, la grande bugìa.

Dopo, tornato in Italia, ne ho lette tante, di bugìe: dei giocatori argentini e del Flaco Menotti che giuravano di aver rifiutato la stretta di mano di Videla, dopo il trionfo, quando in realtà era stato lui a evitare i contatti, stretto com’era fra gli agenti protettori.

Ho letto anche di Jorge Luis Borges che si era rintanato non so dove in odio alla festa Mundial.

Io lo incontravo tutti i giorni in una trattoria in Maipù, davanti al Grand Hotel Buenos Aires dove vivevo; in realtà non sapevo con certezza che fosse lui ma un giorno mi feci coraggio, mi avvicinai al suo tavolo, chiesi al giovanotto che l’accompagnava “posso parlare col Maestro?” e Borges mi prese la mano,

“Sei italiano?”

“Sì Maestro, sono un giornalista”,

“Avete una bella squadra, ma deve vincere l’Argentina”.

Sorrideva con gli occhi bianchi.

Dieci minuti insieme.

Come dimenticare quei giorni a Baires, la voce incalzante di Munoz a Radio Rivadavia, le bellissime donne brune dal sorriso sfacciato, le cene chiassose alla Boca e la musica proibita che si accendeva in Maipù verso la mezzanotte, “Don’t cry for me, Argentina”?

Ho avuto grandi amici argentini, in Italia: Bruno Pesaola, il Petisso, e Diego Armando Maradona, il Pibe de Oro.

Con loro ho vissuto in amicizia e in lite continua, ci piacevamo così.

Quando eravamo in polemica, Pesaola diceva che ero un “periodista estroso” ma sapevo che voleva dire “estronso”.

Con Diego cessai ogni rapporto ai Mondiali americani, nel ‘94, quando lo cacciarono per doping.

Poi, una sera a Monaco di Baviera, durante i Mondiali del 2006, nel ristorante “Il calabrone” di gente di Calabria, mi vide da lontano, cominciò a cantare “Forsa Bolonia”, mi venne incontro e ci abbracciammo piangendo.

Sí, Argentina.

L’altro giorno se n’è andato Antonio Valentin Angelillo, uno degli Angeli dalla Faccia Sporca arrivato in Italia con Omar Sivori, amico di racconti, e Humberto Maschio che giocò nel mio Bologna ma non conobbi mai.

Nel ‘61 il direttore dello “Specchio”, Giorgio Nelson Page, mi mandò a Milano per un servizio speciale, l’Angelillo Innamorato, perché un paparazzo milanese aveva “sorpreso” il

bomber dell’Inter in un localino intimo con la sciantosa Ilya Lopez.

Non mi ero mai interessato di calcio, scrissi due pagine di sciocchezze che fecero rumore.

Mi ero involontariamente prestato a una congiura ordita da Helenio Herrera contro Angelillo che non sopportava perché disubbidiva ai suoi ordini e gli diceva in faccia “cabròn”.

Anni dopo, ci incontrammo d’estate all’Hotel Gallia di Milano Marittima, mi affrontò a muso duro, “eccolo il giornalista dello scandalo” ma per fortuna spuntò al suo fianco una splendida bionda in bikini, sorridente e curiosa, e lui “ti presento Ilya, la sciantosa”.

Siamo rimasti amici tutta la vita e sono stato l’ultimo a parlargli dopo che il Pipita Higuaìn gli ha strappato il record dei gol.

Trentatré.

Dico trentatré.

Prima o poi tornerò, Argentina.

Italo Cucci