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Addio a Charles Jenkins, il marine americano che disertò in Corea del Nord

Questa incredibile storia avrebbero potuto scriverla Ian Fleming, John Le Carré o Tom Clancy.

Lunedì 11 dicembre 2017, nella sua abitazione sull’Isola di Sado, al largo della costa occidentale del Mar del Giappone, è spirato, all’età di settantasette anni, Charles Jenkins.

Chi era costui?

Alle orecchie della stragrande maggioranza dei lettori più o meno informati, questo nome non evocherà certamente alcun ricordo.

Eppure, nel momento storico che stiamo vivendo, in piena recrudescenza della crisi diplomatica nella penisola coreana, il nome, il ricordo, ormai, di Charles Jenkins assume notevole importanza.

Perché? Perché egli fu il primo – e, a quanto risulta dai documenti ufficiali, finora unico – militare statunitense a disertare, volontariamente, in Corea del Nord, nonché una delle ultime testimonianze viventi della Guerra Fredda in Asia Orientale.

La diserzione del soldato Jenkins verso lo “Stato eremita” stride con il dato numerico di disertori e/o rifugiati politici che, nel corso dei decenni, da quello stesso Stato sono fuggiti, rischiando la vita nell’impresa. Si calcola, infatti, che, dal 1953, (anno in cui venne firmato l’armistizio al termine della guerra di Corea), a oggi, circa trentamila cittadini nordcoreani siano scappati dal loro Paese per fuggire dalle ristrettezze economiche e rifarsi una vita. La via verso la “libertà”, per i fuggitivi nordcoreani, passa attraverso il confine meridionale, in Corea del Sud (e da lì, magari, negli Stati Uniti), ovvero a nord, in Cina.

Soltanto negli ultimi due mesi, peraltro, la questione dei fuggiaschi dal Nord è tornata prepotentemente d’attualità, con la diserzione al Sud di due militari scappati dal regime di Pyongyang attraverso la c.d. “demilitarized zone”, la linea di confine che, lungo il trentottesimo parallelo, separa le due Coree.

Nato nella Carolina del Nord nel 1940, agli occhi dell’apparato militare statunitense Charles Jenkins fu sempre un voltagabbana e un traditore, il soldato che disertò nella comunista Corea del Nord, dove visse da fuggiasco per circa quarant’anni.

Correva l’anno 1965, la Guerra Fredda stava attraversando la sua fase più dura e drammatica (solo tre anni prima, nel 1962, il mondo intero era rimasto con il fiato sospeso per via della crisi missilistica a Cuba), e all’allora giovane sergente dei marines Jenkins, di stanza in Corea del Sud, era stato assegnato il compito di fare da picchetto in un’installazione militare al confine con il Nord.

In una fredda notte di gennaio dello stesso anno, il marine scompare, facendo perdere le proprie tracce.

Passano diversi giorni, prima che arrivi la notizia che tutto lo Stato Maggiore americano non avrebbe mai voluto sentirsi riferire: Jenkins ha disertato in Corea del Nord.

Ancora oggi, cinquantadue anni dopo quella diserzione, non si ha la certezza circa le reali motivazioni che indussero il giovane militare, cittadino della nazione più ricca, libera e potente del mondo, a fuggire in quella che, secondo le descrizioni della stampa occidentale, rientra nel novero delle più povere, arretrate e illiberali in assoluto.

Nel corso degli anni, lo stesso Jenkins avrebbe fornito più volte la propria versione dei fatti, ribadendo in ogni occasione che, in quella notte di gennaio del 1965, egli si sarebbe trovato in stato d’ebbrezza a causa dell’alcool e che, di conseguenza, agì in condizioni di non lucidità psico-fisica.

Il sospetto che lo Stato Maggiore statunitense ha sempre avuto, tuttavia, è che il marine abbia deciso di sconfinare in Corea del Nord sia per una questione di mera curiosità, per vedere che cosa si celasse al di là del trentottesimo parallelo, sia, e soprattutto, per evitare di essere dislocato a combattere in Vietnam.

Sulla vita che Jenkins condusse, per quarant’anni, sotto il regime di Pyongyang, aleggia una fitta coltre di mistero. D’altronde, il “regno eremita” rimane ermeticamente chiuso e inaccessibile ancora oggi, nonostante la tecnologia e i satelliti per lo spionaggio in dotazione alle grandi potenze.

Quel che è certo, è che il disertore statunitense lavorò come insegnante di inglese per i servizi segreti nordcoreani e che recitò in alcuni film di propaganda del regime, impersonando ogni volta l’archetipo del militare americano cattivo e oppressore.

Nei successivi decenni, intervistato dalla stampa occidentale, Jenkins ribadì più volte il proprio pentimento per la diserzione in Corea del Nord, affermando, peraltro, che le autorità di Pyongyang respinsero le sue reiterate richieste di essere mandato in Unione Sovietica, dove egli avrebbe avuto intenzione di costituirsi all’ambasciata americana di Mosca.

La vita e le “gesta” di Charles Jenkins sono legate a doppio filo anche con la storia giapponese contemporanea.

Nella terra del Sol Levante, infatti, l’ex marine divenne una sorta di – improbabile – celebrità nell’anno 2002, quando sua moglie, la Signora Hitomi Soga, venne liberata dal regime nordcoreano e rimandata nel suo Paese natio.

Charles Jenkins e Hitomi Soga si sposarono in Corea del Nord nel 1980, quando l’ex militare statunitense vi lavorava come insegnante di inglese per i servizi segreti e la donna, cittadina giapponese a Pyongyang suo malgrado, era una delle sue studentesse.

Circa la natura del matrimonio fra il disertore americano e la nipponica consorte, se celebrato per amore, per reciproca coercizione o per “premiare” Jenkins per i servigi resi al regime, non si è mai saputo nulla. Quel che è certo è che si trattò di un’unione fra un uomo che, volontariamente, aveva deciso di disertare (quantunque, come nei decenni successivi più volte ribadito, sotto l’influsso dell’alcool), e una donna portata in Corea del Nord, poco più che adolescente, contro la propria volontà.

Hitomi Soga, infatti, faceva parte di quella dozzina abbondante di cittadini nipponici che, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, vennero rapiti da spie nordcoreane infiltrate in Giappone.

Scopo primario di tali rapimenti, come brillantemente illustrato da Antonio Moscatello nel suo libro “Megumi. Storie di rapimenti e spie della Corea del Nord”, era quello di portare cittadini giapponesi – e non solo – oltre il trentottesimo parallelo affinché insegnassero la lingua e la cultura del proprio Paese agli agenti segreti di Pyongyang.

La Signora Soga-Jenkins, in particolare, fu rapita nel 1978 assieme alla madre nei pressi della loro abitazione sull’Isola di Sado. La donna, all’epoca del sequestro, era una giovane infermiera di diciannove anni. Il destino di sua madre, a tutt’oggi, rimane ignoto.

Comprensibilmente, la ferita – ancora aperta – dei rapimenti di cittadini giapponesi sul suolo patrio da parte di agenti segreti nordcoreani ha contribuito, nel corso degli anni, a rendere vieppiù difficoltoso un processo di riconciliazione fra Tokyo e Pyongyang.

Hitomi Soga e altri quattro rapiti furono rilasciati dalle autorità nordcoreane e rimpatriati in Giappone nell’ottobre 2002, a seguito di un summit diplomatico tenutosi a Pyongyang tra l’allora primo ministro nipponico Koizumi Junichiro e il “caro leader” Kim Jong-Il.

Nonostante la liberazione della moglie si estendesse anche alla sua persona per espressa disposizione del governo nordcoreano, Charles Jenkins, in quell’ottobre 2002, si rifiutò di accompagnare la consorte in Giappone, temendo di finire alla corte marziale per diserzione e tradimento – ipotesi che, in un primo momento, le autorità statunitensi non avevano escluso – non appena avesse messo piede nel Paese.

Pur avendo ricevuto un decreto che gli consentiva di lasciare immediatamente il Paese, quindi, Jenkins rimase in Corea del Nord con le due figlie avute da Hitomi Soga per altri due anni.

Poi, nel 2004, la svolta. La diplomazia internazionale mantiene aperti i propri canali e, nel mese di luglio di quell’anno, i quattro membri della famiglia Jenkins-Soga si ritrovano in Indonesia, e da qui volano in Giappone, dopo aver ricevuto esplicite garanzie dal governo nipponico che l’ex marine non sarebbe stato arrestato al suo sbarco.

Il destino di Charles Jenkins incrinò, per un breve periodo di tempo, i rapporti bilaterali fra Stati Uniti e Giappone, con i primi che, noncuranti dei decenni passati e dell’età del loro disertore – il quale aveva ormai sessantaquattro anni, quando sbarcò in Giappone – erano inclini a usare la linea dura.

Ma la realpolitik, unitamente al diffuso sostegno popolare dell’opinione pubblica giapponese per la sfortunata Hitomi Soga e le sue due figlie, fecero sì che i due Paesi trovassero un accordo che consentisse, a un tempo, agli Stati Uniti di “salvare la faccia”, condannando Jenkins per diserzione (un crimine che, secondo la legge marziale americana, può comportare la pena dell’ergastolo), e, contemporaneamente, di mettere l’ex marine in condizione di riunirsi quanto prima con la sua famiglia.

Dopo aver trascorso diverse settimane in un ospedale di Tokyo per curare i postumi di un’operazione chirurgica mal riuscita in Corea del Nord, Charles Jenkins fu formalmente convocato al quartier generale delle forze armate statunitensi in Giappone, alla base aeronavale di Yokosuka.

Venne condannato dalla corte marziale americana a trenta giorni di reclusione e congedato con disonore.

Jenkins, che negli Stati Uniti abbandonò la scuola a quindici anni e che, al suo arrivo sull’Isola di Sado, non parlava una parola di giapponese, trovò impiego in un negozio di souvenir per turisti.

In un’intervista del 2012 concessa a una TV giapponese, egli disse di aver finalmente trovato la felicità sull’isola, e di apprezzare molto la libertà che lui e la sua famiglia avevano ritrovato in Giappone.

Ma, al di là delle dichiarazioni a “uso stampa”, chi lo ha conosciuto in questi ultimi tredici anni di vita nutre più di un dubbio circa il fatto che questo ex soldato, già nella “terza età” quando mise piede per la prima volta sull’arcipelago giapponese, sia effettivamente riuscito ad ambientarsi in un Paese che gli era estraneo, né più né meno, di quanto non lo fosse stata la Corea del Nord quarant’anni prima, quando, poco più che ragazzo, sgattaiolò via dal suo posto di guardia al confine tra le due Coree per evitare di essere spedito in Vietnam.

Alla Storia, le sentenze.

Per l’intanto, farewell, soldato Jenkins!

Edoardo Quiriconi